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Raccoglie 7,5 milioni Rubi, la startup che crea cellulosa dalla CO2

L’industria della moda sa da tempo di avere un problema strutturale di waste e di impatto ambientale. Secondo i dati citati da TechCrunch, ogni secondo viene buttato l’equivalente di un camion della spazzatura pieno di tessili. Non solo: il comparto genera più inquinamento climatico dei voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme. In questo scenario, tra sperimentazioni sul riciclo delle fibre e ricerca di materiali alternativi ai derivati fossili, cresce l’attenzione verso startup capaci di intervenire a monte della supply chain. È in questo spazio che si inserisce Rubi, giovane realtà che punta a trasformare l’anidride carbonica catturata in cellulosa, una delle materie prime chiave per fibre come lyocell e viscosa.

Ogni secondo viene buttato l’equivalente di un camion della spazzatura pieno di tessili

Un round da 7,5 milioni per la scala dimostrativa

Rubi ha raccolto 7,5 milioni di dollari per realizzare una scala dimostrativa del proprio sistema di produzione cellulosica. L’obiettivo dichiarato è arrivare a produrre decine di tonnellate di materiale utilizzando la CO2 come ingrediente principale. Il round è stato guidato da AP Ventures e FH One Investments, con la partecipazione di CMPC Ventures, H&M Group, Talis Capital e Understorey Ventures. Il dato più interessante, però, non riguarda soltanto il fundraising. Secondo quanto riferito dalla società, Rubi ha già sottoscritto oltre 60 milioni di dollari in accordi di off-take non vincolanti con alcuni partner, segnale che il mercato sta osservando con attenzione la possibilità di integrare una cellulosa low-carbon nelle catene di fornitura del tessile e non solo.

Rubi ha già sottoscritto oltre 60 milioni di dollari in accordi di off-take non vincolanti con alcuni partne

Dalla CO2 alla cellulosa, senza passare dagli alberi

Il cuore della proposta di Rubi è semplice da enunciare e complesso da industrializzare: produrre i building block della cellulosa partendo dalla CO2 catturata, invece che dalle fonti tradizionali. Oggi, infatti, gran parte della cellulosa usata per lyocell e viscosa arriva dagli alberi, incluse piantagioni e foreste pluviali vergini. Il tema non è soltanto ambientale, ma anche geopolitico e logistico. Le filiere del raw material tessile sono lunghe, frammentate e spesso dipendenti da aree produttive lontane dai mercati finali. Per questo, come ha spiegato la co-founder e CEO Neeka Mashouf, negli Stati Uniti esiste interesse per la possibilità di produrre cellulose pulp di grado tessile a livello locale, in un segmento dove oggi l’offerta è sostanzialmente assente.

Ricercatori di RUBI

La scommessa sugli enzimi

A differenza di altre startup che lavorano sulla conversione della CO2 tramite batteri ingegnerizzati all’interno di fermentatori o attraverso catalizzatori chimici, Rubi utilizza enzimi. È una scelta tecnologica che nasce, racconta Mashouf, dall’incontro tra il suo background scientifico nella ricerca sui nuovi materiali e quello della sorella gemella Leila, impegnata negli studi di medicina alla Harvard Medical School. Dopo avere analizzato diverse opzioni tecnologiche, le fondatrici sono tornate sugli enzimi come leva industriale più promettente. Non si tratta di una nicchia sperimentale: l’industria enzimatica ha già una scala significativa ed è impiegata in applicazioni mature, dalla produzione di sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio al trattamento delle acque reflue. Tradotto in termini industriali, significa disponibilità di capacity e prospettive di costo più competitive.

A differenza di altre startup che lavorano sulla conversione della CO2 tramite batteri ingegnerizzati all’interno di fermentatori o attraverso catalizzatori chimici, Rubi utilizza enzimi

Una cascata enzimatica potenziata da AI e machine learning

Rubi utilizza una “cascade” di enzimi per processare la CO2 di scarto e convertirla in cellulosa. La startup ha inoltre impiegato strumenti di intelligenza artificiale e machine learning per migliorare efficacia e stabilità degli enzimi stessi, due parametri cruciali quando si passa dal proof of concept alla ripetibilità industriale. Attualmente gli enzimi operano in una soluzione acquosa: una volta aggiunta la CO2, all’interno del reattore la cellulosa bianca compare nel giro di pochi minuti. È un dettaglio che restituisce bene il livello di avanzamento della piattaforma, pur lasciando aperta la sfida più importante per ogni climate tech material startup: passare dal laboratorio a un manufacturing continuo, affidabile e con economics sostenibili.

Moduli containerizzati e produzione continua

Dal punto di vista impiantistico, i reattori di Rubi sono ospitati in moduli delle dimensioni di container da spedizione. È una scelta che suggerisce una possibile logica di deployment flessibile e distribuito, interessante soprattutto per chi immagina una produzione vicina ai siti industriali o alle fonti di CO2 catturata. In prospettiva, la società intende modificare il processo per consentire una produzione continua, passaggio decisivo per aumentare throughput, efficienza e competitività. Per il momento, il focus commerciale resta sull’apparel, ma l’impostazione dichiarata è quella di una platform company. L’ambizione non è fermarsi alla cellulosa per il fashion, bensì rendere la tecnologia utilizzabile in qualsiasi settore che impieghi questo materiale.

I primi test con H&M, Patagonia e Walmart

Sul fronte go-to-market, Rubi afferma di avere testato il materiale con 15 partner pilota, tra cui H&M, Patagonia e Walmart. La presenza di nomi così diversi tra loro è significativa: da un lato operatori fashion con forte esposizione al tema sostenibilità, dall’altro un gigante retail potenzialmente interessato alla scalabilità e ai costi. Per una startup che lavora su materiali avanzati, il piloting con brand e gruppi industriali è spesso il vero banco di prova, perché permette di validare performance, compatibilità con i processi esistenti e interesse commerciale. Gli accordi di off-take non vincolanti per oltre 60 milioni di dollari non equivalgono ancora a ricavi consolidati, ma indicano che Rubi non sta operando nel vuoto: il mercato, almeno in questa fase, riconosce un need concreto.

Una piattaforma oltre il tessile

La visione di Rubi, nelle parole della stessa Mashouf, va oltre l’abbigliamento. La società si presenta come una piattaforma capace, nel tempo, di produrre “tutti i chemical e i materiali importanti” in modo low-cost e con minore impatto climatico. È una promessa ampia, che richiederà execution industriale, capitali e partnership per essere mantenuta. Ma il posizionamento è chiaro: usare la biologia fuori dalla cellula, sfruttando enzimi e ottimizzazione computazionale, per riscrivere una parte della manifattura dei materiali. In un’industria della moda sotto pressione per emissioni, deforestazione e sprechi, Rubi prova a spostare il focus dal riciclo del danno già prodotto alla costruzione di una materia prima alternativa fin dall’origine. Se riuscirà a reggere la prova della scala, potrebbe ritagliarsi un ruolo rilevante nella nuova infrastruttura dei materiali sostenibili.

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