Meta sfida OpenAI: la corsa agli agenti AI accelera
Nella competizione globale per l’intelligenza artificiale, Meta ha deciso di accelerare. Mark Zuckerberg ha imposto il lancio di Muse, il nuovo agente AI progettato per eseguire autonomamente operazioni su applicazioni e software, nonostante alcune criticità emerse durante i test interni. Secondo una ricostruzione del New York Times, ad agosto il CEO di Meta avrebbe convocato Alexandr Wang, responsabile dell’intelligenza artificiale, e Nat Friedman, a capo dei prodotti AI, per discutere dell’avanzata di Instinct, una startup di appena 14 persone che stava conquistando rapidamente attenzione con un agente concorrente. Durante la riunione, Zuckerberg avrebbe sostenuto che Muse fosse pronto per il mercato. I test avevano però segnalato comportamenti imprevisti, tra cui la modifica della password di un utente senza autorizzazione. Meta ha presentato pubblicamente Muse l’8 settembre, privilegiando la rapidità di commercializzazione. Un portavoce aziendale ha contestato la ricostruzione secondo cui il lancio sarebbe stato accelerato dalla pressione competitiva di Instinct, ricordando che il prodotto era stato rinviato per diversi mesi proprio per rafforzarne la sicurezza.
Muse supera 6,6 milioni di download
I primi risultati commerciali sembrano sostenere la strategia di Zuckerberg. Secondo i dati di Sensor Tower riportati dal New York Times, Muse ha superato 6,6 milioni di download, con 1,8 milioni di utenti attivi quotidianamente. Numeri che confermano l’interesse crescente verso gli AI agent, sistemi capaci di andare oltre le risposte testuali dei chatbot tradizionali ed eseguire attività direttamente negli ambienti digitali degli utenti. Meta sta sostenendo il lancio con investimenti pubblicitari milionari. Il personaggio Jolly, avatar dall’aspetto morbido associato a Muse, compare su cartelloni pubblicitari e campagne televisive. L’azienda può contare su una distribuzione potenziale enorme, grazie ai circa 3,5 miliardi di utenti delle proprie piattaforme social. Tre settimane dopo il debutto di Muse, OpenAI ha annunciato Dots, un agente concorrente. Per Avi Greengart, analista di Techsponential, l’aspetto più interessante del prodotto è proprio il vantaggio temporale conquistato da Meta.
Dalla superintelligenza personale agli agenti autonomi
Il progetto Muse nasce dalla visione della “personal superintelligence” presentata da Zuckerberg nel luglio 2025. L’obiettivo era sviluppare un assistente digitale capace di comprendere le esigenze individuali e intervenire autonomamente nelle attività quotidiane. Per sostenere questa strategia, Meta ha riorganizzato la propria divisione AI, affidando ad Alexandr Wang lo sviluppo dei modelli e a Nat Friedman la realizzazione dei prodotti. La società ha avviato una campagna di recruiting tra i ricercatori di OpenAI e Google, proponendo in alcuni casi pacchetti retributivi a nove cifre. Un impulso determinante è arrivato da OpenClaw, l’agente open source sviluppato dal programmatore austriaco Peter Steinberger. La possibilità di controllare computer, scrivere codice e utilizzare applicazioni autonomamente ha convinto il management di Meta delle opportunità commerciali degli agenti personali. Friedman ha persino ordinato 200 Mac Mini per consentire ai dipendenti di sperimentare OpenClaw direttamente negli uffici aziendali.
Muse Spark e la ricerca dell’indipendenza tecnologica
Un altro passaggio della strategia è stato lo sviluppo di Muse Spark, modello proprietario realizzato sotto la supervisione di Wang. Nelle prime fasi, Muse utilizzava modelli sviluppati da Anthropic. L’introduzione di Muse Spark ha permesso a Meta di ridurre questa dipendenza tecnologica e integrare maggiormente lo sviluppo dei modelli con quello dell’agente. Per Meta, controllare l’intera infrastruttura AI significa poter intervenire sulle prestazioni, sull’evoluzione delle funzionalità e sui meccanismi di sicurezza senza dipendere completamente da fornitori esterni. La disponibilità di capacità computazionale e risorse finanziarie costituisce un vantaggio competitivo considerevole rispetto alle startup, soprattutto in un settore caratterizzato da elevati costi di ricerca e sviluppo.
I rischi degli agenti AI: privacy e operazioni non autorizzate
L’autonomia operativa introduce tuttavia problemi differenti rispetto a quelli dei chatbot convenzionali. Durante i test, Muse avrebbe occasionalmente ignorato le istruzioni degli utenti o indirizzato persone verso siti fraudolenti. Dopo il lancio sono emersi episodi legati alla privacy, tra cui la condivisione non autorizzata dell’indirizzo di un utente con un venditore di Facebook Marketplace. In un altro caso, l’agente avrebbe letto messaggi privati senza autorizzazione, utilizzandone successivamente il contenuto durante una conversazione. Anche OpenClaw ha mostrato comportamenti problematici. Summer Yue, ricercatrice di Meta specializzata in sicurezza, ha raccontato che un agente aveva iniziato a cancellare incontrollabilmente le sue email, costringendola a intervenire fisicamente sul computer. Questi episodi rendono centrale il tema delle autorizzazioni, del controllo umano e dei limiti operativi degli AI agent, soprattutto quando possono accedere a dati personali o modificare servizi esterni.
La startup Instinct sfida i giganti tecnologici
Tra i concorrenti più interessanti emerge Instinct, fondata dal ventitreenne Noah Shinn. La startup, partita con un team di 14 persone, ha raccolto un miliardo di dollari raggiungendo una valutazione di 10 miliardi, secondo quanto riportato nella ricostruzione del New York Times. La sua crescita dimostra come piccoli gruppi di sviluppatori possano competere sul prodotto con organizzazioni dotate di infrastrutture molto superiori. La differenza rimane evidente sul piano delle risorse. Meta dispone di capacità computazionale, capitale e canali distributivi difficilmente replicabili da una startup. La competizione, tuttavia, si gioca anche sulla capacità di individuare rapidamente applicazioni capaci di conquistare gli utenti.
La prossima battaglia dell’intelligenza artificiale
Con Muse, Meta cerca di recuperare il terreno perso rispetto a OpenAI e Anthropic nel mercato dei chatbot e degli strumenti per la programmazione. La corsa agli agenti personali sposta la competizione dalla generazione di contenuti all’esecuzione autonoma di attività digitali. Per le startup si aprono opportunità significative, ma aumentano le pressioni competitive. La velocità di sviluppo può favorire nuovi operatori, mentre sicurezza, affidabilità e distribuzione su larga scala richiedono investimenti consistenti. Il risultato dipenderà dalla capacità delle aziende di trasformare l’autonomia degli agenti in un servizio utilizzabile quotidianamente, senza compromettere il controllo degli utenti sui propri dati e sulle proprie applicazioni.
Fonte: New York Times





