AI e lavoro, in Italia raddoppia l’adozione nelle imprese
L’intelligenza artificiale in Italia non è più un tema confinato ai convegni o alle roadmap di innovazione rinviate al medio termine. I numeri raccontano che il mercato sta già accelerando e che l’adozione nelle imprese ha imboccato una fase molto più concreta. Secondo il rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano – Professioni, modelli di adozione e la sfida della formazione”, realizzato da Anitec-Assinform con il Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione del Politecnico di Torino, nel 2025 il mercato italiano dell’AI vale 1,24 miliardi di euro, in crescita del 33% rispetto ai 935 milioni del 2024, con una proiezione oltre i 2,5 miliardi entro il 2028. L’adozione dell’AI e lavoro sta rivoluzionando il modo in cui operano le aziende.
Il mercato italiano dell’AI vale 1,24 miliardi di euro, in crescita del 33% rispetto ai 935 milioni del 2024, con una proiezione oltre i 2,5 miliardi entro il 2028
Il concetto di AI e lavoro è fondamentale per comprendere le trasformazioni in atto nel mondo professionale.
Adozione raddoppiata nelle imprese
C’è poi un secondo dato che pesa almeno quanto il primo. La quota di imprese che utilizza almeno una soluzione di intelligenza artificiale è più che raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dall’8% al 16,4%, secondo i dati ISTAT richiamati nello studio. È un passaggio che interessa da vicino startup, PMI innovative e corporate: il binomio AI e lavoro sta diventando un asse operativo, perché l’AI sta uscendo dalla fase di test per entrare nei processi, nei flussi decisionali e nei modelli organizzativi.
Cosa cambia davvero nel lavoro
La lettura più interessante del rapporto, però, non riguarda soltanto la crescita del mercato. Riguarda il lavoro. E soprattutto il modo in cui l’AI sta già cambiando il contenuto delle professioni. Sul fronte occupazionale, il report invita a evitare semplificazioni. Le professioni più routinarie restano le più esposte, ma le evidenze causali sono ancora limitate. Tra i dati citati emerge una riduzione del 23,4% delle offerte di lavoro nelle professioni più esposte nel Regno Unito e, negli Stati Uniti, un calo del 16% dell’occupazione tra i lavoratori junior nelle professioni definite “AI-Intensive”.
In Italia prevale la trasformazione, non la sostituzione
In Italia, però, il quadro è diverso. Il sistema produttivo nazionale, osserva lo studio, si trova ancora in una fase precedente, legata a una trasformazione digitale incompleta. Tradotto: prima dell’automazione piena, c’è ancora un lungo tratto da fare su digitalizzazione dei processi, integrazione tecnologica e maturità organizzativa. Per questo, almeno oggi, il rapporto tra AI e lavoro appare più vicino a una riconfigurazione delle attività che a una sostituzione lineare delle persone.
Le imprese pioniere usano l’AI per decisioni, dati ed efficienza
Le evidenze raccolte tra le imprese pioniere nell’adozione dell’AI vanno nella stessa direzione. Le aziende più avanzate usano queste tecnologie soprattutto come supporto ai processi decisionali, all’analisi dei dati e all’efficienza operativa. Il punto non è tanto l’automazione totale di intere funzioni, quanto la ridefinizione delle attività professionali. In pratica, l’AI si sta inserendo come layer di augmentation, non ancora come puro motore di replacement.
Per startup e PMI il nodo è l’execution
Per l’ecosistema startup questo passaggio è centrale. Significa che il vantaggio competitivo non si gioca solo sulla disponibilità di modelli o applicazioni, ma sulla capacità di incorporare l’intelligenza artificiale in workflow reali, in processi misurabili e in team in grado di governarla. Il vero tema, insomma, non è avere accesso alla tecnologia. È saperla mettere a terra. Quando si parla di AI e lavoro, il punto non è soltanto introdurre nuovi tool, ma ripensare la struttura operativa delle imprese.

Il gap delle competenze resta il vero collo di bottiglia
Ed è qui che il rapporto individua il collo di bottiglia più evidente: le competenze. L’indagine internazionale SCOaPP-10 del Politecnico di Torino, richiamata nello studio, mostra che oltre il 50% degli italiani si dichiara preoccupato per l’avvento delle nuove tecnologie, mentre circa il 60% ritiene di non avere competenze digitali adeguate per affrontare la trasformazione in corso. È un dato che dice molto anche alle imprese ad alta crescita: senza una base diffusa di skill digitali, l’adozione rischia di restare parziale, costosa o confinata a pochi casi d’uso.
Le 23 raccomandazioni del rapporto
Il rapporto lega quindi in modo diretto AI e lavoro alle politiche per la formazione. Le raccomandazioni proposte sono 23 e coinvolgono un perimetro molto ampio: Ministeri, Regioni, fondi interprofessionali, università, associazioni imprenditoriali e altri attori della filiera formativa. Tra le ipotesi messe sul tavolo ci sono la sperimentazione di un “conto personale di formazione per l’IA” e una razionalizzazione dell’ecosistema formativo nazionale, così da rispondere più rapidamente ai nuovi fabbisogni di competenze.
Le posizioni di Anitec-Assinform, Confindustria e Politecnico di Torino
Nel comunicato che accompagna la ricerca, il presidente di Anitec-Assinform Massimo Dal Checco sottolinea che nei mercati del lavoro più avanzati gli effetti dell’AI sono già visibili, mentre l’Italia ha ancora una finestra utile per comprendere il fenomeno e costruire una strategia. Il punto, aggiunge, è che gli investimenti in adozione tecnologica devono procedere insieme a investimenti altrettanto robusti nella formazione, altrimenti il rischio è duplice: perdita di competitività e maggiore fragilità sociale.
Un messaggio analogo arriva da Riccardo Di Stefano, delegato di Confindustria per Education e Open Innovation, che insiste sul bisogno di un ecosistema formativo avanzato, fondato su orientamento continuo, integrazione tra formazione iniziale e continua, rafforzamento della filiera tecnico-professionale e sviluppo degli ITS Academy. Un passaggio non secondario, soprattutto per le PMI, che spesso hanno meno margine per investire in reskilling e meno struttura per governare l’adozione in modo organico.
Anche Stefano Sacchi, vicerettore del Politecnico di Torino e direttore della ricerca, mette a fuoco il nesso tra produttività, innovazione organizzativa e competenze. Secondo la lettura proposta dallo studio, la sfida si vince solo con un’azione di sistema, cioè rafforzando la collaborazione tra università, ITS Academy, imprese e istituzioni e costruendo percorsi formativi più flessibili, capaci di adattarsi a una domanda di competenze molto più dinamica rispetto al passato.
AI e lavoro: la vera sfida ora è strutturare la crescita
Per chi guarda al mercato dell’innovazione, il segnale è abbastanza chiaro. L’intelligenza artificiale in Italia sta entrando nella fase in cui non conta più soltanto il potenziale, ma la capacità di execution. Crescono i volumi, aumenta l’adozione, si moltiplicano i casi d’uso. Ma la vera partita si sposta sulle persone: chi forma, chi integra, chi ridisegna i processi, chi costruisce profili ibridi capaci di tenere insieme tecnologia, business e organizzazione.
È qui che si apre una finestra concreta anche per startup e imprese innovative. Non solo per sviluppare tool o applicazioni verticali, ma per offrire soluzioni che aiutino aziende e filiere a fare il passaggio più difficile: trasformare l’AI da promessa tecnologica a leva industriale, produttiva e occupazionale. In altre parole, il mercato cresce. Adesso deve strutturarsi.





