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Rifò, startup che produce abiti e accessori recuperando vecchi tessuti e plastica

Rifò, startup che produce abiti e accessori recuperando vecchi tessuti e plastica

L’industria tessile oggi è tra quelle con il maggior impatto ambientale. Partiamo da qualche numero per inquadrare il problema: per realizzare una sola maglietta servono quasi 3 mila litri di acqua, pari al fabbisogno di una persona per due anni e mezzo

Con le sue 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, il mercato della moda contribuisce in maniera significativa alle emissioni globali di gas serra, posizionandosi al secondo posto tra le industrie più inquinanti. Una situazione esasperata dal cosiddetto fast fashion, la moda usa e getta: un capo nel nostro armadio non dura oramai più di due anni e l’87% dei nostri indumenti finisce in discarica (dati Wwf).

Con le sue 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, il mercato della moda contribuisce in maniera significativa alle emissioni globali di gas serra

Secondo alcuni studi infine, il 35% delle microplastiche presenti nell’acqua proviene dai capi di abbigliamento che rilasciano coloranti e altre sostanze tossiche nel suolo e nelle falde acquifere. Questo è uno dei problemi principali a cui Rifò vuole provare a mettere un freno, startup toscana, nata proprio nel distretto tessile più importante d’Italia, quello di Prato. Rifò crea abiti e accessori recuperando i tessuti di vecchi vestiti come maglioni in cashmere o lana vergine e, recentemente, anche jeans, dando vita a prodotti nuovi ma con una loro storia, riducendo al minimo il suo impatto ambientale e coinvolgendo gli artigiani della zona, per un prodotto che è veramente a km 0.

Il 35% delle microplastiche presenti nell’acqua proviene dai capi di abbigliamento che rilasciano coloranti e altre sostanze tossiche nel suolo e nelle falde acquifere

Grazie ad un processo meccanico e artigianale sviluppato nel distretto ormai da più di cento anni, Rifò trasforma i rifiuti tessili in nuovi capi che mantengono le stesse qualità, riducendo l’acqua utilizzata, pesticidi e prodotti chimici necessari per la produzione di materiale vergine. I numeri di questo  recupero sono significativi: 18.500 capi realizzati con materiali rigenerati in un solo anno (Sustainability Report 2020), tutti confezionati in Italia e venduti in oltre 100 negozi nel mondo. “Parliamo di 2,5 tonnellate di cashmere rigenerato, l’equivalente di 8 mila vecchi maglioni, più di 500 chili di cotone rigenerato che corrispondono a quasi 4 mila t-shirt, e degli stessi chili anche per il jeans denim, circa 930 paia di jeans vecchi recuperati.”

Rifò trasforma i rifiuti tessili in nuovi capi che mantengono le stesse qualità, riducendo l’acqua utilizzata, pesticidi e prodotti chimici necessari per la produzione di materiale vergine.

I filati di cashmere e di jeans rigenerato sono realizzati recuperando vecchi capi del medesimo colore, così da non tingerli nuovamente e risparmiare un’enorme quantità d’acqua. Il cotone recuperato per realizzare le t-shirt viene combinato alle bottiglie di plastica riciclata, che conferiscono elasticità e resistenza al capo: ne servono 5 per realizzare una maglietta la cui produzione richiede l’utilizzo di soli 30 litri d’acqua; niente rispetto ai 3000 previsti per un capo nuovo.

Con un jeans rigenerato, o per usare un termine più familiare “ricondizionato” Rifò è in grado di ridurre dell’87% l’uso d’acqua, del 77% quello dell’energia, del 93% le emissioni di CO2″ e abbattere completamente l’uso dei coloranti e prodotti chimici. Il processo produttivo a “km zero” di Rifò coinvolge oltre una decina tra maglierie, tessitori e confezioni, impegnati nella rifinitura dei capi tutti situati raggio di una trentina di chilometri.

 

Per info: https://rifo-lab.com/

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