Google punta sull’AI e intanto DuckDuckGo cresce
Google ha deciso di cambiare radicalmente Search e una parte degli utenti sembra non averla presa bene. Dopo il keynote di Google I/O, dove Mountain View ha mostrato una versione del motore di ricerca sempre più basata su agenti AI, overview automatiche e task eseguiti direttamente dall’assistente, DuckDuckGo ha registrato un aumento significativo di installazioni e traffico.
Il dato racconta qualcosa di più ampio di una semplice oscillazione di mercato: una parte degli utenti vuole ancora un motore di ricerca tradizionale, fatto di link, risultati ordinati e meno intermediazione algoritmica.
La nuova Search di Google divide gli utenti
Durante Google I/O l’azienda ha presentato una trasformazione profonda del proprio motore di ricerca. L’esperienza classica basata sui “dieci link blu” lascia spazio a un’interfaccia sempre più conversazionale. L’AI sintetizza risposte, completa attività e può monitorare attività nel tempo tramite agenti autonomi.
Per Google è l’evoluzione naturale della ricerca online nell’era dei large language model. Per molti utenti, invece, è un cambiamento troppo invasivo.
Le critiche si concentrano su tre punti. Il primo riguarda l’affidabilità: le AI Overview hanno già mostrato diversi casi di errori, allucinazioni e suggerimenti assurdi diventati virali nei mesi scorsi. Il secondo riguarda il traffico verso i siti web, perché le risposte generate dall’AI riducono i click verso publisher e creator. Il terzo è più semplice e forse più difficile da ignorare: molte persone non vogliono usare l’AI per ogni ricerca.
Il malcontento è emerso rapidamente online, soprattutto tra utenti storici di Google che percepiscono il prodotto come più complesso e meno immediato. Anche query banali rischiano di trasformarsi in lunghe risposte sintetiche invece di mostrare direttamente i risultati.
DuckDuckGo intercetta il malcontento
In questo scenario DuckDuckGo sta provando a posizionarsi come alternativa “AI opzionale”. La società, storicamente focalizzata sulla privacy, non ha mai superato una quota marginale del mercato search statunitense, ferma intorno al 2%, ma il momento potrebbe offrirle una finestra interessante.
Gabriel Weinberg, CEO di DuckDuckGo, ha attaccato apertamente la strategia di Google sostenendo che gli utenti siano “costretti” a utilizzare funzionalità AI senza possibilità reale di opt-out
Gabriel Weinberg, CEO di DuckDuckGo, ha attaccato apertamente la strategia di Google sostenendo che gli utenti siano “costretti” a utilizzare funzionalità AI senza possibilità reale di opt-out.
Secondo i dati diffusi dall’azienda, le installazioni dell’app negli Stati Uniti sono aumentate del 18,1% settimana su settimana nel periodo compreso tra il 20 e il 25 maggio rispetto ai giorni precedenti. La crescita si è mantenuta costante per sei giorni consecutivi, con un picco del 30,5% il 25 maggio.
Su iOS i numeri sono ancora più marcati: crescita media del 33% e un picco vicino al 70%.
Un altro dato interessante riguarda noai.duckduckgo.com, la pagina che consente di usare il motore di ricerca senza funzionalità AI attive. Le visite sono aumentate in media del 22,7% settimana su settimana, con un massimo del 27,7% registrato il 24 maggio.
Per DuckDuckGo il segnale più importante è un altro: la crescita è proseguita anche durante il weekend del Memorial Day, periodo in cui normalmente il traffico cala.
Privacy e controllo diventano un vantaggio competitivo
DuckDuckGo sta costruendo il proprio posizionamento attorno a due concetti chiave: privacy e scelta dell’utente. La società continua a proporre un modello molto diverso da quello dei big player della search advertising economy. Non traccia la cronologia delle ricerche e sostiene di non utilizzare le conversazioni AI per il training dei modelli. Paradossalmente, DuckDuckGo non è anti-AI. L’azienda offre infatti Duck.ai, una piattaforma gratuita che consente di utilizzare diversi modelli generativi senza creare un account.
Paradossalmente, DuckDuckGo non è anti-AI. L’azienda offre infatti Duck.ai, una piattaforma gratuita che consente di utilizzare diversi modelli generativi senza creare un account
Tra i modelli disponibili ci sono Anthropic Claude 4.5 Haiku, Meta Llama 4 Scout, Mistral Small 3 24B e OpenAI GPT-5 mini. La differenza, almeno nella narrativa dell’azienda, è che l’utente può decidere quando usare l’AI e quando evitarla. DuckDuckGo sostiene inoltre di anonimizzare le richieste rimuovendo gli indirizzi IP prima dell’invio ai provider dei modelli e di eliminare le conversazioni entro 30 giorni. È una strategia interessante perché prova a occupare uno spazio intermedio: non rifiuta l’AI, ma la presenta come strumento opzionale invece che come layer obbligatorio dell’esperienza search.
La battaglia sulla ricerca è appena iniziata
Il punto centrale non è soltanto tecnologico ma culturale. Per oltre vent’anni la ricerca online è stata sinonimo di scelta autonoma: l’utente formulava una query e decideva quali fonti aprire. Con i motori generativi, invece, cresce il peso dell’intermediazione algoritmica. Google punta chiaramente a un modello in cui l’assistente sintetizza il web al posto dell’utente. È una direzione coerente con la corsa globale agli AI agent, ma comporta anche un cambio radicale nel rapporto tra piattaforma, publisher e pubblico. DuckDuckGo sta sfruttando questa frizione per ritagliarsi spazio in un mercato che sembrava ormai cristallizzato. Resta da capire se il fenomeno sia temporaneo oppure l’inizio di una frammentazione più ampia della search. Per ora emerge un dato semplice: nell’era dell’AI pervasiva, una parte degli utenti continua a chiedere qualcosa che sembrava superato. Un motore di ricerca che faccia soprattutto una cosa: cercare.





