Google riparte da Gemini
Due anni fa Google sembrava aver perso il controllo della narrativa sull’intelligenza artificiale generativa. L’arrivo di ChatGPT aveva spostato l’attenzione del mercato su OpenAI e messo sotto pressione il gruppo che per oltre vent’anni aveva dominato la ricerca online. La prima risposta integrata in Google Search fu tutt’altro che brillante: alcune risposte generate dall’AI consigliavano agli utenti di mangiare pietre o di mettere colla sulla pizza. Errori grossolani, finiti subito al centro del dibattito pubblico.
Oggi il quadro è diverso. A Silicon Valley si sta formando una lettura meno scontata: Google non solo avrebbe recuperato terreno, ma potrebbe essere nella posizione migliore per monetizzare l’AI su larga scala. Il cambio di percezione passa da Gemini, il chatbot e modello AI che Mountain View sta innestando dentro i propri prodotti consumer e business.
Gemini cresce fino a 900 milioni di utenti
Durante Google I/O, la conferenza annuale dedicata agli sviluppatori, la società ha comunicato che gli utenti regolari di Gemini sono più che raddoppiati in un anno, arrivando a 900 milioni. Il dato colloca Gemini su una scala comparabile a quella dichiarata da OpenAI per ChatGPT e molto sopra il traffico web stimato per Claude di Anthropic, strumento più orientato al mercato enterprise.
La crescita non dipende solo dalla qualità del modello. Google ha un vantaggio distributivo difficilmente replicabile: Search, Android, Gmail, Docs, Maps, Flights, Hotels. La strategia non è isolare Gemini in un’app separata, ma portarlo nei contesti in cui gli utenti lavorano, cercano informazioni, pianificano viaggi e fanno acquisti.
Il vantaggio industriale: advertising e dati
La differenza più rilevante rispetto a OpenAI e Anthropic resta il modello economico. Mentre i pure player dell’AI sostengono costi elevati per infrastrutture e data center, Google può integrare l’intelligenza artificiale dentro un business pubblicitario già profittevole.
Nell’ultimo trimestre, i ricavi advertising di Google sono cresciuti del 16%, raggiungendo 77 miliardi di dollari. L’AI aiuta gli inserzionisti a leggere meglio gli interessi degli utenti e a rendere più efficaci le campagne. Per Mountain View, quindi, Gemini non è solo un prodotto di front-end: è anche un layer tecnologico che può aumentare il rendimento della macchina pubblicitaria.
A Google I/O la società ha mostrato anche nuove funzioni per il retail online, compreso un carrello capace di far emergere automaticamente promozioni per gli utenti. È un’applicazione concreta dell’AI generativa alla conversion rate optimization: meno frizione nel percorso d’acquisto, più segnali per merchant e advertiser, più inventario commerciale per Google.
L’integrazione con iPhone cambia la scala
Un passaggio delicato riguarda Apple. A quanto pare, Google e Apple hanno dichiarato a gennaio che Gemini diventerà la tecnologia AI di base per una futura versione di Siri. Gemini è già presente su Android; l’integrazione con iPhone porterebbe il modello di Google dentro una quota enorme del mercato smartphone globale.
Questo aspetto conta più della retorica sui benchmark. Nei prodotti consumer, la distribuzione spesso pesa quanto la performance tecnica. Un modello leggermente migliore ma poco accessibile può perdere contro un modello integrato nei touchpoint quotidiani. Google sembra aver capito la lezione: rendere Gemini visibile dove l’utente è già attivo, senza chiedergli di cambiare abitudini.
Search resta il campo più sensibile
Il punto più controverso è Google Search. Le risposte generate dall’AI sono diventate una componente stabile del motore di ricerca più visitato al mondo, senza un vero opt-out per chi preferisce risultati tradizionali. È una scelta aggressiva, che aumenta l’esposizione di Gemini ma apre interrogativi su accuratezza, responsabilità editoriale e impatto sul traffico verso editori e siti terzi.
Secondo un’analisi del New York Times, le risposte AI di Google sarebbero corrette nel 90% dei casi. Google ha contestato lo studio, sostenendo che l’accuratezza sia superiore. Anche accettando il 90%, resta un problema operativo: su scala Google, il 10% di errore può significare milioni di risposte sbagliate o ambigue ogni giorno.
La lezione Microsoft e il rischio di sottovalutare Google
Il confronto con Microsoft nell’era mobile è inevitabile. Circa quindici anni fa, Redmond non riuscì a difendere la propria centralità consumer davanti a iPhone e Android, nonostante Windows Phone e l’acquisizione di Nokia per 7,2 miliardi di dollari. Google, almeno per ora, sembra aver scelto un approccio diverso: non creare un nuovo silos, ma rifare dall’interno i prodotti già dominanti.
Gemini è in Gmail, Docs, Maps, nell’app chatbot e nei servizi travel. In Google Docs può aiutare a scrivere un discorso includendo aneddoti personali e battute. Nei viaggi ha accesso nativo a Google Flights e Google Hotels, un asset che altri chatbot non possiedono nella stessa forma.
La partita non è chiusa
Google ha ancora problemi da risolvere. L’affidabilità delle AI Overview, la pressione regolatoria, il rapporto con gli editori e il costo infrastrutturale dell’AI resteranno temi aperti. Ma la traiettoria è cambiata. La società che sembrava spiazzata da ChatGPT sta trasformando la propria distribuzione in un vantaggio competitivo.
Per le startup AI, il messaggio è netto: il prodotto migliore non basta. Servono canali, dati, casi d’uso ricorrenti e un modello di ricavo sostenibile. Su questi quattro fronti, Google parte da una posizione che pochi competitor possono permettersi.





