Altman sfida Musk in aula
Sam Altman ha preso la parola nel processo che oppone OpenAI a Elon Musk e ha scelto una linea difensiva netta: la trasformazione societaria dell’azienda non sarebbe stata un tradimento della missione originaria, ma il modo per finanziarla. La causa, in corso davanti alla corte federale di Oakland, ruota attorno all’accusa di Musk secondo cui OpenAI avrebbe abbandonato la sua radice nonprofit per inseguire logiche commerciali, anche attraverso la creazione di una controllata for-profit e la partnership con Microsoft.
Alla domanda sull’accusa secondo cui i fondatori avrebbero “rubato una charity”, Altman ha risposto con cautela, contestando la premessa stessa. La sua tesi è che OpenAI abbia creato una delle fondazioni più rilevanti al mondo per asset potenziali e capacità di intervento. Il punto, però, è proprio qui: per Musk, la crescita commerciale avrebbe deformato l’originario mandato di sicurezza; per Altman, senza capitali, infrastruttura cloud e compute, quel mandato sarebbe rimasto una dichiarazione d’intenti.
La governance al centro dello scontro
Il processo sta portando in aula una domanda che supera i rapporti personali tra due fondatori: chi deve controllare una società che sviluppa modelli di AI sempre più potenti? Musk sostiene che OpenAI si sia allontanata dall’impegno iniziale per un’intelligenza artificiale sviluppata nell’interesse pubblico. OpenAI risponde che la nonprofit continua a controllare la struttura societaria e che la Public Benefit Corporation serve a raccogliere capitali senza separare missione e business.
Secondo la documentazione pubblica di OpenAI, la OpenAI Foundation detiene il controllo di OpenAI Group PBC, nomina il board della società operativa e possiede una quota del 26%, valutata circa 130 miliardi di dollari al momento della ricapitalizzazione. Microsoft detiene circa il 27%, mentre il restante 47% è attribuito a dipendenti, ex dipendenti e investitori.
È una struttura ibrida, difficile da leggere con le categorie classiche del venture capital. Non è una startup pura, non è una fondazione tradizionale, non è una big tech quotata. È un organismo societario costruito per attrarre capitali enormi e, almeno formalmente, mantenerli sotto supervisione mission-driven. La questione giudiziaria è se questo equilibrio sia reale o solo un assetto di facciata.
Altman ribalta l’accusa su Musk
Durante la testimonianza, Altman ha sostenuto che nel 2017 le proposte di Musk sulla governance lo avevano preoccupato. In particolare, ha raccontato che Musk avrebbe puntato al controllo della futura entità for-profit e avrebbe evocato l’ipotesi che, in caso di sua morte, OpenAI potesse passare ai figli. Business Insider ha riportato la stessa ricostruzione, descrivendo quel passaggio come uno dei momenti più duri della deposizione.
Per Altman, l’obiettivo originario di OpenAI era evitare che l’AGI finisse sotto il controllo di una sola persona. Da qui l’attacco alla posizione di Musk: il problema non sarebbe stato il modello for-profit in sé, ma il controllo personale su una tecnologia con impatti sistemici. OpenAI aveva già sostenuto pubblicamente che Musk, negli anni precedenti, fosse favorevole a una struttura mista nonprofit e for-profit, purché gli garantisse maggioranza e potere decisionale.
Altman ha anche criticato lo stile manageriale di Musk. Secondo la testimonianza riportata dalla fonte indicata, Musk avrebbe chiesto a Greg Brockman e Ilya Sutskever di classificare i ricercatori per risultati e tagliare in modo drastico il team. Altman ha descritto quell’approccio come dannoso per la cultura di un laboratorio di ricerca, dove retention, fiducia interna e libertà scientifica sono asset tanto importanti quanto il capitale finanziario.
Il peso di Brockman, Sutskever e del capitale umano
Nel racconto di Altman, Greg Brockman e Ilya Sutskever erano le figure operative che tenevano in piedi OpenAI mentre lui e Musk avevano altri incarichi. È un dettaglio rilevante per una startup deep-tech: l’equity, in un laboratorio di AI, non remunera solo capitale di rischio. Remunera anni di ricerca, capacità di reclutamento, know-how ingegneristico, accesso a infrastrutture e continuità esecutiva.
Altman ha usato questa cornice per difendere il concetto di “sweat equity” dei co-founder tecnici. Musk, invece, sostiene di essere stato indotto a finanziare un progetto nonprofit poi trasformato in una macchina commerciale. Reuters ha riportato che la causa di Musk contesta la presunta deviazione dalla missione originaria e chiama in causa il ruolo assunto da OpenAI nella corsa industriale all’AI generativa.
Microsoft, xAI e il conflitto di interessi industriale
La dimensione competitiva pesa. Musk oggi controlla xAI, concorrente diretto di OpenAI, e sviluppa iniziative AI anche nell’orbita Tesla. Gli avvocati di OpenAI hanno insistito sul fatto che Musk fosse stato informato delle discussioni sugli investimenti e invitato a partecipare a operazioni che ora descrive come corruzione della missione nonprofit. The Guardian ha ricostruito la linea difensiva di OpenAI come un tentativo di dimostrare che Musk conoscesse e, in alcune fasi, sostenesse l’evoluzione verso una struttura capace di raccogliere capitali.
Nel racconto di Altman emerge anche un dettaglio quasi surreale: durante una riunione del 2018 su un potenziale investimento Microsoft, Musk avrebbe passato parte dell’incontro a mostrare meme sul telefono. È una scena piccola, ma fotografa bene il cortocircuito tra cultura startup, potere personale e governance di tecnologie che muovono capitali da centinaia di miliardi.
Una causa che parla a tutto il mercato AI
Il processo non riguarda solo OpenAI. Riguarda il modello con cui le aziende AI finanziano ricerca, compute e deployment commerciale senza perdere credibilità su safety, alignment e accountability. La traiettoria di OpenAI è diventata un benchmark per l’intero settore: fondazione, laboratorio, prodotto di massa, partnership strategica, PBC, possibile accesso ai mercati dei capitali.
Per le startup AI, la lezione è concreta. La governance non è un tema da legal memo lasciato al board: diventa parte del prodotto, della reputazione e della capacità di raccogliere fondi. Nel caso OpenAI-Musk, la domanda finale non è solo chi abbia ragione su una promessa fatta nel 2015. È se una società che costruisce infrastruttura cognitiva globale possa davvero combinare missione pubblica, incentivi privati e controllo indipendente senza esplodere sotto il peso delle proprie contraddizioni.



