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Crowdinvesting, la frenata del 2026

Il crowdinvesting italiano apre il 2026 con una brusca contrazione. Nei primi sei mesi dell’anno le imprese hanno raccolto 73,72 milioni di euro attraverso campagne equity, minibond e direct lending, il 37,6% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Considerando gli ultimi dodici mesi, il volume si ferma a 164,19 milioni, con una flessione del 36,8% rispetto alla rilevazione precedente.

Sono i dati dell’11° Report italiano sul Crowdinvesting, pubblicato nel luglio 2026 dagli Osservatori Entrepreneurship Finance & Innovation del Politecnico di Milano. Lo studio descrive un mercato tornato sui valori del 2020 dopo il deterioramento registrato nella seconda metà del 2025. Per ora, secondo i ricercatori, non emergono segnali concreti di recupero.

A pesare sono il rallentamento economico, l’aumento dei costi sostenuti dalle imprese e dai cantieri immobiliari, le difficoltà operative di alcune piattaforme e la maggiore cautela degli investitori. Ritardi nelle exit equity e insolvenze nel lending hanno ridotto la fiducia, mentre la volatilità dei mercati ha favorito prodotti finanziari più tradizionali.

L’equity delle startup perde terreno

Nel primo semestre 2026 l’equity crowdfunding ha raccolto complessivamente 37,96 milioni di euro, il 29% in meno su base annua. Il dato cambia però in modo netto separando le operazioni immobiliari dalle altre campagne.

Nel primo semestre 2026 l’equity crowdfunding ha raccolto complessivamente 37,96 milioni di euro, il 29% in meno su base annua.

I progetti non real estate, categoria che comprende molte startup innovative, hanno raccolto appena 8,56 milioni di euro: meno della metà rispetto ai primi sei mesi del 2025. La componente immobiliare ha invece sfiorato i 30 milioni, compensando in parte la debolezza del venture crowdfunding.

Anche il numero delle operazioni si è ridotto. Tra gennaio e giugno sono state chiuse con successo 53 campagne equity, contro le 67 dello stesso periodo del 2025. Nell’intero 2025 le campagne concluse positivamente erano state 145, per una raccolta di 98,06 milioni, già inferiore a quella del 2024.

Negli ultimi dodici mesi il Politecnico ha censito 104 emittenti: 30 startup innovative, 11 PMI innovative, 53 PMI e 10 veicoli di investimento. Le nuove società arrivate per la prima volta sul mercato sono state 86, concentrate soprattutto in Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna.

Direct lending ai minimi degli ultimi cinque anni

La frenata riguarda anche il lending crowdfunding. Nel primo semestre 2026 i prestiti diretti erogati attraverso le piattaforme italiane sono stati pari a circa 33,6 milioni di euro. Di questi, 28,04 milioni hanno finanziato operazioni immobiliari e 5,55 milioni progetti appartenenti ad altri settori.

Le campagne pubblicate nel semestre sono state 103, meno della metà rispetto ai livelli del 2023. Novantasei si sono concluse con successo, una non ha raggiunto l’obiettivo e sei risultavano ancora aperte al 30 giugno. Il tasso storico di successo delle raccolte resta molto alto, pari al 99,2%, ma non misura la capacità delle imprese finanziate di restituire capitale e interessi.

Le 258 campagne lending lanciate negli ultimi dodici mesi avevano una durata media di 16,5 mesi e offrivano un interesse annuo medio del 10,58%. Il target medio era di 237.910 euro per le operazioni immobiliari e di 147.852 euro per le altre iniziative. Il 76,4% dei progetti apparteneva al real estate.

Sul fronte del rischio, il rapporto segnala forti differenze tra gli operatori. Per le operazioni del 2025, i tassi di default dichiarati dalle principali piattaforme, includendo i ritardi superiori a 90 giorni, oscillano dal 6,51% al 37,65%. Sono intervalli riferiti alle singole piattaforme, non una media dell’intero comparto, ma mostrano quanto la qualità del portafoglio possa variare.

Il real estate sorregge il mercato

Il crowdfunding immobiliare è diventato il principale sostegno del settore. Nei primi sei mesi del 2026 ha raccolto 57,43 milioni di euro, sommando equity e lending. Per la prima volta la componente equity, con 29,39 milioni, ha superato i prestiti immobiliari, scesi a 28,04 milioni.

Il real estate conserva caratteristiche più leggibili rispetto all’investimento in startup: scadenze definite, asset fisici e business plan costruiti sulla vendita o sulla messa a reddito degli immobili. Il rischio resta elevato. Inflazione, aumento dei costi di costruzione, ritardi amministrativi e problemi legati ai permessi edilizi possono modificare radicalmente i risultati attesi.

Il rapporto rileva anche un aumento dei rendimenti proposti e un allungamento delle durate previste. È una risposta alla minore propensione degli investitori, ma può essere anche il segnale di operazioni più rischiose o più difficili da finanziare.

Meno piattaforme e prime aggregazioni

Alla fine di giugno 2026 le piattaforme autorizzate in Italia secondo il Regolamento europeo ECSP erano 37, cinque in meno rispetto all’anno precedente. Solo 30 avevano pubblicato almeno una campagna negli ultimi dodici mesi. Tredici erano abilitate ai prestiti, 18 al collocamento di valori mobiliari e sei a entrambe le attività.

CrowdFundMe, WeAreStarting e Smart4Tech sono confluite nel gruppo Entera, mentre BacktoWork è stata acquisita da Opstart.

Il mercato sta entrando in una fase di consolidamento. CrowdFundMe, WeAreStarting e Smart4Tech sono confluite nel gruppo Entera, mentre BacktoWork è stata acquisita da Opstart. RE-Lender è entrata in liquidazione e i suoi progetti sono migrati su EvenFi. Recrowd e Bridge Asset risultavano sospese dalle autorità di vigilanza.

La garanzia pubblica non basta da sola

Il Decreto interministeriale del 7 gennaio 2026 ha esteso al crowdinvesting l’accesso al Fondo di Garanzia per le PMI. La copertura può arrivare all’80% per direct lending e minibond e al 50% per l’equity, su operazioni fino a 5 milioni di euro. Al momento della pubblicazione del rapporto, però, la misura non era ancora operativa.

La garanzia potrebbe riportare capitali sulle piattaforme, ma apre un tema di selezione del rischio. Un paracadute pubblico troppo ampio può ridurre l’attenzione di operatori e investitori sulla qualità dei progetti. Per il crowdinvesting italiano, la ripartenza dipenderà quindi dalla capacità delle piattaforme di rafforzare due diligence, trasparenza e gestione dei crediti deteriorati. Il capitale tornerà solo insieme alla fiducia.

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