Investire in startupOpinioni

Non investirò più in startup!

Qualche giorno fa, durante una call, una persona che si definisce “investitore” mi ha detto: «Non investirò mai più in startup. L’ho fatto una volta e ho perso tutto».

In quella frase c’è molta più ignoranza del settore di quanto sembri. Ma soprattutto c’è un grande fraintendimento su cosa significhi investire in startup.

Investire in startup non è comprare un BTP, né fare un piano di accumulo. È un’operazione ad altissimo rischio, e chi entra pensando il contrario sta semplicemente sbagliando porta. Quando investi in una startup devi partire da una consapevolezza brutale: puoi perdere tutto. Anzi, statisticamente è probabile che succeda. E no, non è una truffa: è la natura stessa di questo tipo di investimento.

Puoi perdere tutto. Anzi, statisticamente è probabile che succeda.

Investire in startup significa credere in un progetto, ma soprattutto credere in un team. Significa analizzare pitch, parlare con i founder, capire se hanno visione, resilienza, capacità di esecuzione. Significa accettare che anche le idee migliori possono fallire per mille motivi: mercato, timing, execution, capitalizzazione insufficiente. Fa parte del gioco.

Certo, alcuni investono anche perché ci sono dei benefici fiscali. Ma chi investe solo per quello non è un investitore, è un contabile annoiato. Le detrazioni sono un incentivo, non il motivo per cui lo fai. Il vero motivo è partecipare a un percorso di crescita, sapendo che non tutti arriveranno al traguardo.

Distribuire il rischio

Chi investe tutto su un solo progetto e poi si lamenta di aver perso tutto non ha fatto un investimento, ha fatto una scommessa. Investire in startup vuol dire puntare su più progetti, costruire un portafoglio, accettare che magari 7 su 10 andranno male, 2 sopravvivranno e forse 1 farà davvero la differenza.

Ma c’è un aspetto ancora più importante, che riguarda l’ecosistema nel suo insieme.

Un ecosistema che funziona non punisce il fallimento

Un ecosistema che funziona è quello che non punisce il fallimento, ma lo trasforma in esperienza. È quello che stimola i founder a riprovarci, perché da ogni fallimento impari esattamente quali errori non rifare. È il principio che sta dietro a una delle regole non scritte dell’innovazione: Fail fast, learn faster.

Non esistono formule magiche

Fallire in fretta non significa essere superficiali. Significa testare, capire cosa non funziona, correggere la rotta prima di bruciare tempo, energie e capitali. I founder che hanno fallito — se hanno davvero imparato — spesso sono più solidi, più lucidi e più pronti alla seconda o terza avventura rispetto a chi non è mai caduto.

E no, non esistono formule magiche. Chi è convinto di fare un x30 in tre anni ha visto troppi pitch su LinkedIn e troppi film di fantascienza. Le exit non sono la regola, sono l’eccezione. E quando arrivano, spesso richiedono tempo, pazienza e stomaco forte.

Investire in startup non è per tutti. Ed è giusto così. Ma dire “non investirò più perché ho perso tutto” non racconta un fallimento del sistema. Racconta solo che non si era capito il gioco a cui si stava giocando.

Investire in startup non è cercare certezze. È accettare l’incertezza come parte del valore.

Chi cerca garanzie dovrebbe guardare altrove. Chi cerca solo il colpo grosso resterà deluso. Chi invece accetta il rischio, studia, distribuisce, ascolta e impara, sta davvero investendo.

Perché alla fine investire in startup non significa indovinare sempre. Significa capire meglio ogni volta. E questa, per chi sa cosa sta facendo, è già una forma di ritorno.

Business Development Manager at Dynamo, Author Manuale di Equity Crowdfunding, Angel Investor in CrossFund, Journalist, Crowdfunding Marketing Strategist, Startup-News.it founder, IED Lecturer.

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