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La bolla AI che piace alla Silicon Valley

Michael Burry, l’investitore diventato celebre con “The Big Short”, ha lanciato l’allarme su una possibile bolla dell’intelligenza artificiale. Lo stesso ha fatto l’economista Dean Baker, che individuò gli squilibri del mercato immobiliare statunitense prima della crisi finanziaria del 2008. Anche Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, ha invitato alla cautela.

Nella Silicon Valley, però, il giudizio è meno netto. Per una parte dei venture capitalist, l’eccesso di capitali e valutazioni non è soltanto un rischio: può diventare il carburante necessario per sostenere un nuovo ciclo tecnologico.

Perché una bolla può finanziare l’innovazione

La tesi è controintuitiva. Le bolle distruggono capitale, lasciano aziende senza finanziamenti e penalizzano gli investitori entrati nel momento sbagliato. Allo stesso tempo, possono accelerare la costruzione di infrastrutture che difficilmente verrebbero finanziate in condizioni di mercato più prudenti.

“Le bolle fanno parte della tecnologia e dell’innovazione”, ha dichiarato Tomasz Tunguz, investitore di Theory Ventures. Secondo Tunguz, queste fasi permettono di realizzare infrastrutture essenziali, anche quando il processo comporta una quota inevitabile di “distruzione di capitale”.

Samir Kumar, investitore di Touring Capital, sostiene che i grandi cambiamenti tecnologici avrebbero difficoltà a emergere attraverso meccanismi di finanziamento esclusivamente razionali e graduali. L’euforia porta denaro, talenti e attenzione verso aziende che, almeno inizialmente, hanno modelli di business incerti e un’elevata probabilità di fallimento.

Per il venture capital, il punto non è evitare ogni errore. È individuare le poche imprese capaci di produrre rendimenti molto superiori alle perdite generate dal resto del portafoglio.

Capitali e valutazioni corrono

La discussione sulla bolla arriva mentre gli investimenti nell’AI continuano a crescere. Secondo i dati riportati nella fonte, OpenAI e Nvidia sarebbero vicine a un accordo da 500 miliardi di dollari per un progetto di data center in Ohio.

Amazon, Google, Meta e Microsoft hanno dichiarato spese in conto capitale per 170 miliardi di dollari nel secondo trimestre, con un aumento del 72% rispetto all’anno precedente. Nella prima metà dell’anno, i finanziamenti venture avrebbero raggiunto 413 miliardi di dollari, superando l’intero ammontare registrato nel 2025, secondo PitchBook.

Anche le valutazioni delle startup stanno salendo rapidamente. Alcune società prive di prodotti già commercializzati o di ricavi avrebbero raggiunto valutazioni fino a 32 miliardi di dollari. La disponibilità di capitale ha prodotto effetti anche sul mercato immobiliare di San Francisco, dove la domanda di abitazioni di lusso avrebbe ridotto l’offerta disponibile.

I sostenitori del ciclo AI ritengono che queste cifre siano sostenute da una domanda reale. OpenAI, valutata 730 miliardi di dollari, genererebbe ricavi mensili per 2 miliardi. Anthropic, valutata 900 miliardi, produrrebbe quasi 4 miliardi di dollari al mese. Google e Meta hanno inoltre comunicato che quasi un miliardo di persone utilizza i loro modelli di intelligenza artificiale.

La lezione della bolla dot-com

Il riferimento storico più frequente è la bolla dot-com. Il crollo del 2000 cancellò numerose startup e rese molto difficile raccogliere capitali negli anni successivi. Alcune aziende, però, riuscirono a superare la crisi. Amazon, PayPal ed eBay diventarono gruppi globali.

Anche le infrastrutture costruite durante quella fase continuarono a produrre effetti dopo il crollo. La rete in fibra ottica, sovradimensionata durante gli anni dell’euforia, contribuì alla successiva espansione di internet e alla nascita di nuove piattaforme, tra cui Facebook.

William Quinn, professore associato alla Queen’s University Belfast e coautore di “Boom and Bust: A Global History of Financial Bubbles”, osserva che le bolle hanno spesso favorito innovazione e crescita economica di lungo periodo. Avverte anche che possono durare più del previsto. Chi rimane fuori dal mercato in attesa del crollo rischia di perdere anni di rendimenti.

Nella tecnologia, inoltre, gli allarmi non hanno sempre anticipato una crisi sistemica. Dopo la diffusione delle applicazioni mobili, gli investitori parlarono di una nuova bolla. Gli stessi timori tornarono con le startup “unicorno”, con le criptovalute e con la corsa agli investimenti del 2021. Nessuna di queste fasi produsse un crollo paragonabile a quello del 2000.

Il rischio di restare fuori dal mercato

Charles Hudson, investitore di Precursor Ventures, ha tratto dalla frenesia del 2021 una lezione precisa: evitare completamente un settore surriscaldato non garantisce alcun vantaggio. Molti fondi effettuarono investimenti deboli, ma non furono necessariamente penalizzati dai propri finanziatori.

Hudson continua quindi a investire nell’AI, concentrandosi sulle startup più giovani e sull’“application layer”, cioè sulle società software che utilizzano modelli di intelligenza artificiale per sviluppare servizi e prodotti.

Anche Sudheendra Chilappagari di Battery Ventures richiama l’esperienza dei motori di ricerca. Battery investì in Infoseek, poi superata da Yahoo, a sua volta battuta da Google. Essere il primo operatore non garantisce la creazione del maggior valore. In un superciclo tecnologico possono emergere più generazioni di aziende, con nuovi vincitori in ogni fase.

I fattori che potrebbero fermare la corsa

Gli stessi investitori riconoscono che il mercato non è immune da una correzione. Tra i rischi citati figurano le tensioni geopolitiche, la concorrenza dei modelli open source più economici, le proteste contro i data center, i problemi di sicurezza e i tempi necessari per recuperare gli investimenti.

Il venture capital è diventato anche più dipendente da risultati eccezionali. In passato, un fondo poteva puntare alla vendita di alcune partecipate per uno o due miliardi di dollari. Nell’attuale ciclo AI, le aspettative possono arrivare a 50 miliardi.

Darian Shirazi, investitore di Gradient Ventures, riassume così la logica del mercato: il vincitore può raggiungere dimensioni mai viste prima nel venture capital. È questo potenziale a spingere i fondi a continuare a investire, anche quando le valutazioni sembrano difficili da sostenere.

La Silicon Valley non nega quindi il rischio di una bolla. Accetta piuttosto la possibilità che una parte del capitale venga persa, nella convinzione che infrastrutture, tecnologie e aziende sopravvissute possano produrre valore per molti anni.

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