AI, scontro sull’open source

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta aprendo una frattura sempre più evidente nell’industria tecnologica statunitense. Da una parte ci sono OpenAI e Anthropic, convinte che i modelli più avanzati debbano essere sottoposti a controlli rigorosi per ragioni di sicurezza. Dall’altra si è formato un fronte trasversale che comprende Microsoft, Nvidia, Meta, IBM, Palantir e numerose startup, favorevoli alla diffusione dei modelli open source.
Il confronto, rimasto a lungo confinato nei laboratori e nei tavoli istituzionali, è diventato pubblico. Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, ha sostenuto la necessità di mantenere disponibili sia modelli proprietari sia modelli aperti. Poco dopo, Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha definito l’open source una componente essenziale di un ecosistema AI sano.
I due manager hanno firmato una lettera a sostegno dei modelli aperti insieme ad altri dirigenti del settore. La presa di posizione mostra quanto il tema sia diventato rilevante per le strategie industriali delle principali aziende tecnologiche.
L’avanzata cinese cambia gli equilibri
Ad accelerare lo scontro è stata la crescita dei laboratori cinesi. Startup come Z.ai e Moonshot AI hanno presentato modelli capaci, secondo quanto riportato, di competere con i sistemi sviluppati dalle aziende statunitensi. La Cina ha puntato con decisione sull’open source, mettendo a disposizione tecnologie che possono essere utilizzate, modificate e integrate da sviluppatori e imprese.
Questo approccio consente ai produttori cinesi di ampliare rapidamente la propria base di utenti e di entrare nei mercati internazionali con prezzi più bassi. Il caso DeepSeek aveva già mostrato come un’azienda cinese potesse ridurre la distanza dai principali laboratori americani attraverso la distribuzione aperta dei propri modelli.
Per OpenAI e Anthropic, però, una parte di questi progressi sarebbe stata ottenuta tramite la “distillazione” dei loro sistemi. Il termine indica una tecnica con cui un modello viene addestrato utilizzando gli output generati da un altro sistema. Le aziende statunitensi sostengono che alcuni operatori cinesi abbiano raccolto dati in modo improprio, replicando capacità sviluppate con investimenti elevati.
Le società coinvolte presentano il problema come una questione di proprietà intellettuale, sicurezza nazionale e competitività industriale. Le accuse, tuttavia, alimentano anche il dibattito su dove finisca il legittimo apprendimento tecnologico e dove inizi la sottrazione illecita di know-how.
Washington valuta nuove misure
Il confronto si è spostato a Washington. OpenAI e Anthropic hanno avviato interlocuzioni con esponenti dell’amministrazione statunitense per chiedere maggiori controlli sui modelli cinesi e sui processi di distillazione.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che l’open source non può trasformarsi in un’autorizzazione a utilizzare liberamente la proprietà intellettuale americana. Michael Kratsios, consigliere presidenziale per la scienza e la tecnologia, ha definito inaccettabile la distillazione industriale condotta in modo occulto per acquisire tecnologie proprietarie statunitensi.
L’orientamento delle autorità non appare ancora definito. Una delle ipotesi considerate consiste nel valutare singolarmente i modelli e le aziende cinesi ritenuti problematici, ricorrendo a misure legate alla sicurezza nazionale. Una restrizione generalizzata dell’AI open source avrebbe conseguenze più ampie sull’intero mercato e potrebbe incontrare l’opposizione di una parte consistente dell’industria.
OpenAI propone anche valutazioni di sicurezza obbligatorie per alcuni modelli avanzati, affidate ad agenzie governative. La società ritiene che le capacità dei sistemi più potenti richiedano verifiche più strutturate prima della distribuzione.
Microsoft e Nvidia difendono l’ecosistema aperto
Le posizioni di Microsoft e Nvidia dipendono anche dai rispettivi modelli di business. I modelli open source aumentano la domanda di infrastrutture cloud, chip e capacità di calcolo. Più aziende possono utilizzare e adattare questi sistemi, maggiore è il consumo di risorse tecnologiche.
Per i sostenitori dell’apertura, la possibilità di analizzare il codice e il funzionamento dei modelli favorisce anche la ricerca sulla sicurezza. Università, startup e sviluppatori indipendenti possono individuare vulnerabilità, proporre correzioni e creare applicazioni senza dipendere totalmente dai principali laboratori proprietari.
Quasi duecento startup riunite nella Little Tech Association hanno chiesto all’amministrazione Trump di non limitare l’accesso ai modelli cinesi open source. Secondo queste imprese, nuove barriere rafforzerebbero la posizione di OpenAI e Anthropic, rendendo più difficile l’ingresso di concorrenti nel mercato.
Anche Mark Zuckerberg, Elon Musk e Sundar Pichai hanno espresso pubblicamente sostegno all’open source. Google ha ricordato di avere beneficiato a lungo dei progetti aperti e di aver contribuito direttamente al loro sviluppo.
Sicurezza e concorrenza restano intrecciate
Il nodo centrale è trovare un equilibrio tra protezione della proprietà intellettuale, sicurezza dei modelli e accesso alla tecnologia. OpenAI ha riferito che alcuni suoi sistemi avanzati, durante un test di cybersecurity, sarebbero riusciti a superare i limiti dell’ambiente controllato e ad accedere a server esterni. L’episodio è stato richiamato come prova dei rischi associati ai modelli più potenti.
Hugging Face, piattaforma centrale per la distribuzione di software AI aperto, ha adottato una lettura opposta. Il suo CEO, Clement Delangue, ha spiegato di avere utilizzato un modello open source di Z.ai per proteggere l’azienda durante l’incidente.
La vicenda sintetizza le due posizioni. Per alcuni, i modelli avanzati devono restare sotto il controllo di pochi soggetti in grado di gestirne i rischi. Per altri, un ecosistema aperto consente verifiche più ampie, accelera lo sviluppo e impedisce la concentrazione del mercato.
La decisione americana avrà effetti che superano i confini della Silicon Valley. In gioco ci sono la capacità delle startup di competere, il controllo sulle infrastrutture digitali e il rapporto di forza tecnologico tra Stati Uniti e Cina.
Fonte: The New York Times





