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Extended reality, perché l’Italia continua a sottovalutarla

L’extended reality continua a pagare un prezzo che ha poco a che fare con la tecnologia e molto con la percezione. In Italia, realtà aumentata, realtà virtuale e realtà mista vengono ancora spesso osservate con diffidenza, come se fossero strumenti futuristici, costosi o confinati a casi d’uso marginali. Eppure, mentre molte imprese restano ferme alla fase dello scetticismo, in altri mercati europei l’XR è già entrata nei processi produttivi, nella formazione e nella collaborazione aziendale. È da questa distanza tra percezione e realtà che parte l’analisi di Techstar, azienda italiana attiva nell’intersezione tra XR e AI, che ha individuato i cinque principali miti che continuano a rallentare l’adozione di questa tecnologia nel tessuto produttivo nazionale.

Il primo errore: confondere il metaverso con l’XR

Il più grande equivoco nasce dalla coda lunga del metaverso. Il raffreddamento delle aspettative speculative legate al mondo consumer ha trascinato con sé, nell’immaginario collettivo, anche tecnologie che con quel fenomeno hanno solo una parentela parziale. Così, la delusione per il metaverso è diventata per molti il certificato di morte dell’extended reality.

L’XR non coincide con una moda, con una piattaforma o con una narrativa finanziaria. È un insieme di tecnologie che trovano applicazione concreta nella formazione, nella manutenzione, nella progettazione e nella collaborazione a distanza

È una semplificazione che rischia di costare cara. L’XR non coincide con una moda, con una piattaforma o con una narrativa finanziaria. È un insieme di tecnologie che trovano applicazione concreta nella formazione, nella manutenzione, nella progettazione e nella collaborazione a distanza. Secondo Techstar, leggere l’XR attraverso la lente del fallimento del metaverso significa ripetere un errore già visto con internet dopo lo scoppio della bolla dot-com: si scambia la fine di una fase speculativa con la fine di una traiettoria tecnologica.

Non è vero che serve un budget da grande corporate

Il secondo mito è economico. Per molte aziende italiane, soprattutto di medie dimensioni, l’XR resta associata a progetti complessi, hardware costoso e investimenti difficili da giustificare. Ma il mercato è cambiato. L’evoluzione dei dispositivi standalone e la diffusione di piattaforme più scalabili hanno abbassato sensibilmente la soglia d’ingresso.

Questo non significa che ogni progetto sia semplice o immediato, ma che oggi è possibile costruire percorsi graduali, legati a obiettivi precisi e con investimenti più sostenibili rispetto al passato. La vera discriminante non è più la dimensione dell’azienda, quanto la capacità di individuare un problema operativo concreto da risolvere: formazione tecnica, supporto remoto, simulazioni, manutenzione assistita. In altre parole, l’XR non è più un lusso da innovatori radicali, ma uno strumento che può trovare spazio anche in organizzazioni meno strutturate, se affrontato con metodo.

Il ROI non è un mistero, se il progetto è costruito bene

Tra le obiezioni più frequenti c’è poi quella legata alla misurabilità. Molti manager, soprattutto quando si parla di investimenti in innovazione, chiedono un punto essenziale: quali risultati porta davvero l’XR? Il sospetto è che si tratti di una tecnologia interessante da raccontare, ma più difficile da difendere quando il confronto si sposta sui numeri.

Secondo Techstar, questo approccio nasce da un pregiudizio. Un progetto XR ben impostato può essere valutato con indicatori molto concreti: tempi di onboarding, riduzione degli errori, meno ore di fermo macchina, maggiore efficacia dei percorsi formativi, calo delle trasferte tecniche, miglioramento delle performance operative. Non serve inventare nuove metriche: spesso basta applicare all’XR la stessa disciplina con cui si valuta qualsiasi altra tecnologia industriale o organizzativa. Il problema, semmai, è quando l’adozione parte senza obiettivi chiari e senza un framework di misurazione definito a monte.

Separare XR e AI oggi è già un passo indietro

Un altro errore diffuso è pensare che extended reality e intelligenza artificiale siano due filoni distinti. Nella realtà, la convergenza tra queste tecnologie è già in atto e sta ridefinendo le applicazioni più avanzate. L’AI consente di costruire ambienti immersivi adattivi, simulazioni che reagiscono al comportamento dell’utente, assistenti virtuali contestuali e strumenti di analisi in tempo reale delle performance.

Questo cambia radicalmente il perimetro dell’XR. Non si parla più soltanto di visualizzazione o immersività, ma di esperienze intelligenti, personalizzabili e progettate per evolvere nel tempo. Per le imprese, significa che la vera frontiera non è adottare una tecnologia isolata, ma comprendere come la combinazione tra XR e AI possa generare un vantaggio competitivo concreto. Valutare oggi l’extended reality senza tenere conto di questa integrazione significa osservare una fotografia già parziale.

L’XR non isola, può rendere il lavoro più collaborativo

C’è infine una resistenza più culturale, quasi antropologica: l’idea che l’utente immerso in un ambiente XR sia per definizione isolato, scollegato dal contesto, meno capace di collaborare. Anche in questo caso, si tratta di una percezione alimentata più dall’immaginario che dalle applicazioni reali.

Nell’uso enterprise, l’extended reality viene sempre più impiegata per mettere in relazione persone, sedi e team distribuiti, creando ambienti condivisi in cui lavorare insieme su modelli, procedure e simulazioni. Per molte organizzazioni ibride, questo può rappresentare un salto qualitativo rispetto alla videoconferenza tradizionale, perché aumenta il senso di presenza e migliora l’interazione. In questo scenario, l’XR non riduce la relazione, ma la trasforma e in molti casi la rafforza.

Il problema dell’extended reality in Italia non sembra essere la maturità della tecnologia, ma il ritardo con cui il sistema produttivo continua a valutarla

Il vero freno è il ritardo culturale

La conclusione è forse la più scomoda. Il problema dell’extended reality in Italia non sembra essere la maturità della tecnologia, ma il ritardo con cui il sistema produttivo continua a valutarla. In comparti come manifattura avanzata, energia, design industriale e formazione, l’XR è già utilizzata dai player internazionali come leva operativa. Continuare a considerarla una scommessa futuristica significa esporsi al rischio di inseguire, domani, ciò che altrove viene già usato oggi.

Per questo il dibattito forse andrebbe spostato. La domanda non è più se l’extended reality abbia senso per le imprese, ma quanto a lungo le imprese italiane possano permettersi di rimandare una valutazione seria, concreta e non ideologica di questa tecnologia.

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