Venture Capital

Venture Capital in Italia 2025, la ripresa c’è

Il Venture Capital in Italia torna a correre, almeno nei numeri aggregati. Nel 2025 il mercato chiude a 1,38 miliardi di euro investiti, in crescita del 17% rispetto al 2024, e interrompe così una fase di rallentamento che aveva segnato gli ultimi esercizi. Ma il dato più interessante non è solo la crescita complessiva. È il modo in cui questa crescita si distribuisce lungo la filiera. Secondo il report “State of Italian VC 2025” di P101, a trainare il rimbalzo è soprattutto l’early stage, che sale a 568 milioni con un balzo del 186% anno su anno, mentre il late stage arretra a 606 milioni, in calo del 20%. Ne esce un mercato meno sbilanciato sul capitale di maturità rispetto al 2024, ma ancora fragile alla base, dove pre-seed e seed continuano a perdere peso.

Più early stage, ma l’imbuto iniziale si restringe

La nuova distribuzione del capitale segnala una correzione importante. L’early stage arriva a rappresentare il 41% del totale investito, contro il 17% del 2024, mentre il late stage scende dal 65% al 44%. In apparenza è una buona notizia: il mercato rimette al centro le fasi in cui si costruisce la crescita. Ma guardando più in profondità emerge una contraddizione. Il pre-seed vale appena il 4% del capitale e il seed l’11%, a conferma di un entry funnel che si sta restringendo. In altri termini, l’ecosistema italiano sembra migliorare nella fascia intermedia, ma non riesce ancora a irrobustire con continuità la base da cui dovrebbero nascere le future scaleup. È un punto che il report sottolinea con chiarezza: senza una pipeline iniziale più ampia e stabile, anche il miglior rimbalzo dell’early stage rischia di essere temporaneo.

L’Italia cresce, ma resta piccola rispetto ai peer europei

Il confronto con l’Europa ridimensiona subito l’entusiasmo. Nel 2025 l’Italia raccoglie circa 1,4 miliardi, contro circa 8 miliardi in Francia, 8 miliardi in Germania e 2,3 miliardi in Spagna. Il divario non riguarda soltanto il volume assoluto, ma anche la profondità del mercato. Il report P101 colloca l’Italia al decimo posto in Europa per capitale VC raccolto negli ultimi cinque anni, con 7,5 miliardi complessivi, ma quasi in fondo alla classifica quando si osserva il capitale pro capite: 127 euro per abitante. È un indicatore che pesa molto più del ranking assoluto, perché misura la densità reale del venture nell’economia. Anche round size e valutazioni confermano il gap: nel 2025 il round mediano in Italia è pari a 1 milione di euro, mentre la valutazione post-money mediana si ferma a 4,8 milioni, sotto la media europea e lontanissima dai livelli dei mercati più maturi. Il Venture Capital in Italia, quindi, cresce, ma continua a farlo su scala ridotta.

AI, SaaS e salute guidano il nuovo ciclo

Il 2025 segna anche uno spostamento netto nelle industrie finanziate. AI & ML diventa la prima categoria per capitale raccolto con 487 milioni, davanti a SaaS con 440 milioni. Dietro emergono con forza Life Sciences a 341 milioni e HealthTech a 283 milioni. Non è un dettaglio statistico. È il segnale che anche in Italia il capitale si sta spostando verso settori più technology-intensive e science-driven, in linea con quanto avviene nei principali ecosistemi europei e negli Stati Uniti. Per il mercato italiano è una discontinuità rilevante rispetto agli anni in cui dominavano verticali più legati ai servizi digitali o ai modelli transaction-based. Il messaggio è chiaro: la nuova fase del venture si giocherà sempre di più su AI, software infrastrutturale, biotech, salute digitale e proprietà intellettuale. Il problema, ancora una volta, non è la direzione del capitale. È la sua massa critica.

Exit deboli e IPO assenti frenano la maturazione

Se c’è un punto in cui il sistema continua a mostrare la sua incompletezza, è quello delle exit. Nel 2025 le uscite scendono a 22, contro le 31 del 2024, e il report segnala l’assenza totale di IPO. Restano quindi le acquisizioni il principale canale di liquidità, con una minore presenza di corporate acquisition e una crescita del peso dei buyout. Questo schema limita la capacità del mercato di riciclare capitale, generare benchmark di valore e attirare nuovi investitori istituzionali. Un ecosistema venture maturo ha bisogno di una exit ladder credibile: M&A, secondari, buyout, quotazioni. In Italia questa scala è ancora corta. E quando le vie d’uscita si restringono, anche la raccolta dei fondi tende a soffrire, perché gli LP guardano ai ritorni realizzati più che ai buoni segnali di pipeline.

Il vero nodo è il fundraising dei gestori

La fragilità strutturale del Venture Capital in Italia si vede forse ancora meglio lato fondi. Tra il 2016 e il 2025 il mercato italiano ha raccolto 8,1 miliardi attraverso 123 veicoli, una distanza marcata rispetto a Francia e Germania, entrambe oltre i 32 miliardi. Nel 2025 il fundraising si ferma a 397 milioni, in calo del 13% sul 2024. Soprattutto, manca la taglia. Il capitale raccolto resta concentrato in fondi sotto i 100 milioni, mentre non si registra alcun nuovo veicolo sopra i 250 milioni. Questo vuol dire meno capacità di follow-on, meno potenza sul late stage e maggiore dipendenza da capitali esteri quando le startup iniziano davvero a scalare. A complicare il quadro c’è anche la composizione della base LP, ancora largamente domestica. Il report indica che il 71% degli LP è italiano, con una partecipazione internazionale ancora limitata. Finché questo dato non cambierà, la crescita del sistema resterà parziale.

Università solide, ma il salto industriale è ancora incompleto

C’è però un segnale che merita attenzione. Le università continuano a generare una parte consistente del deal flow più qualificato. Tra il 2021 e il 2025 le startup fondate da alumni degli atenei italiani hanno raccolto oltre 7,3 miliardi di euro, con Bocconi e Politecnico di Milano in testa. Allo stesso tempo, l’ecosistema innovativo italiano conta oltre 14 mila imprese, produce 10 miliardi di valore e impiega quasi 62 mila persone. L’ICT resta il perno industriale del sistema. Sono numeri che mostrano una base ormai strutturata. Quello che ancora manca è il passaggio sistematico dalla buona startup alla grande impresa tecnologica. Il 2025 dice che il mercato italiano non è più marginale. Ma dice anche che, per trasformare la crescita in maturità, servono fondi più grandi, più capitale internazionale e soprattutto più strade per arrivare a una exit di qualità.

Business Development Manager at Dynamo, Author Manuale di Equity Crowdfunding, Angel Investor in CrossFund, Journalist, Crowdfunding Marketing Strategist, Startup-News.it founder, IED Lecturer.

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