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Cowboy Space punta ai data center orbitali

La domanda di capacità computazionale per l’intelligenza artificiale sta spingendo una parte dell’industria dei data center fuori dai confini terrestri. L’idea è semplice solo in apparenza: portare infrastrutture di calcolo in orbita, alimentarle con energia solare e usarle per workload AI ad alta intensità. Il problema è molto meno elegante. Oggi non ci sono abbastanza razzi disponibili per trasformare questa ipotesi in un business scalabile, e i lanci restano troppo costosi per competere con le alternative terrestri.

La maggior parte degli operatori guarda a SpaceX Starship come al vettore capace di cambiare la curva dei costi. Il sistema è atteso al dodicesimo test flight a metà maggio 2026, secondo la copertura recente di settore, ma anche quando sarà operativo potrebbe non essere subito accessibile su base commerciale, visto il peso delle attività interne di SpaceX, a partire dalle costellazioni satellitari.

Il quadro non è molto diverso per Blue Origin. Il razzo New Glenn è finito sotto osservazione dopo il terzo volo, in cui non è riuscito a posizionare correttamente un satellite a causa di un problema allo stadio superiore, con conseguente sospensione dei voli in attesa delle indagini. Per chi vuole costruire data center spaziali, questa scarsità di capacità di lancio è il vero gate tecnico ed economico.

La mossa di Baiju Bhatt

Cowboy Space Corporation prova a risolvere il problema alla radice: non comprare soltanto capacità di lancio, ma costruirla internamente. La società fondata da Baiju Bhatt, cofondatore di Robinhood, ha annunciato un round Series B da 275 milioni di dollari a una valutazione post-money di 2 miliardi. Il round è guidato da Index Ventures, con la partecipazione di investitori tra cui Breakthrough Energy Ventures, Construct Capital, IVP e SAIC. Secondo la comunicazione societaria, al finanziamento partecipano anche Blossom Capital, Andreessen Horowitz, NEA, Interlagos e lo stesso Bhatt.

Il capitale servirà come anticipo su un programma molto più ambizioso: sviluppare un lanciatore proprietario per data center orbitali. Bhatt ha dichiarato a TechCrunch che Cowboy Space sta “mettendo in piedi” un proprio programma razzi e punta al primo lancio entro la fine del 2028. È una traiettoria aggressiva, soprattutto in un mercato in cui anche player molto finanziati hanno impiegato anni per arrivare a sistemi operativi affidabili.

Da Aetherflux a Cowboy Space

La società non nasce con questa configurazione. Bhatt aveva lanciato la startup nel 2024 con il nome Aetherflux, con l’obiettivo di raccogliere energia solare nello spazio e trasmetterla sulla Terra. L’evoluzione verso i data center orbitali ha cambiato la logica industriale del progetto: invece di inviare energia a terra, la società punta a usare quell’energia direttamente in orbita per alimentare infrastrutture di calcolo.

Il rebranding in Cowboy Space Corporation serve a marcare questo cambio di missione. Non è solo una nuova identità visiva. È il passaggio da startup di orbital energy infrastructure a operatore verticalmente integrato di data center e razzi. Payload Space riporta che l’upper stage del razzo dovrebbe diventare esso stesso un data center da 1 MW una volta raggiunta l’orbita.

Un razzo costruito attorno al payload

La parte più interessante del modello è l’integrazione tra veicolo di lancio e carico utile. Nei razzi tradizionali, il booster porta il sistema fino al margine dello spazio e un secondo stadio inserisce il payload in orbita. Cowboy Space vuole costruire il data center direttamente nel secondo stadio. In pratica, il componente che normalmente consegna il satellite diventerebbe il satellite.

È una scelta che riduce alcuni vincoli di progettazione. Se il razzo serve quasi esclusivamente a lanciare data center proprietari, non deve ottimizzare ogni interfaccia per clienti diversi, fairing differenti e missioni con profili molto variabili. Secondo i dati indicati dalla società, ogni satellite-data center dovrebbe avere una massa tra 20.000 e 25.000 chilogrammi, generare 1 MW di potenza e alimentare poco meno di 800 GPU onboard.

Queste specifiche collocano il futuro vettore in una fascia molto impegnativa: più potente del Falcon 9, almeno secondo la descrizione fornita, ma comunque più piccolo rispetto a Starship. Bhatt prevede inoltre che il booster diventi riutilizzabile, condizione quasi obbligata se l’obiettivo è rendere sostenibile il costo unitario per portare capacità AI in orbita.

Il rischio industriale resta enorme

La scelta di portare il lancio in-house ha una sua logica, ma resta una delle scommesse più difficili dell’hard tech. In Occidente solo poche aziende lanciano regolarmente razzi commerciali. SpaceX domina il mercato, Rocket Lab ha costruito una posizione solida nel segmento small launch e Arianespace resta un riferimento europeo. Altri operatori, inclusi Blue Origin e United Launch Alliance, hanno attraversato cicli lunghi e complessi di sviluppo.

Cowboy Space entra quindi in una categoria dove il capitale non basta. Servono motori, test stand, supply chain, strutture produttive, autorizzazioni, range di lancio, software di guida, affidabilità operativa e un profilo assicurativo accettabile. La società ha assunto figure con esperienza nel settore, tra cui Warren Lamont, ex ingegnere propulsion di Blue Origin, e Tyler Grinne, ex launch director di SpaceX. Ma costruire un engine program da zero resta il punto più delicato, perché il motore è il componente più costoso, instabile e iterativo di un veicolo spaziale.

La scommessa sull’AI in orbita

La tesi di Cowboy Space poggia su due pressioni convergenti: l’aumento della domanda di AI compute e i limiti terrestri su energia, siti disponibili, permitting e rete elettrica. Bhatt sostiene che il mercato sia abbastanza grande da lasciare spazio a più operatori, anche in presenza di competitor come SpaceX e Blue Origin.

È una visione potente, ma ancora tutta da dimostrare sul piano economico. I data center terrestri hanno problemi crescenti, ma beneficiano di supply chain mature, manutenzione accessibile e connessioni a bassa latenza verso utenti e sistemi enterprise. In orbita, ogni GPU diventa più difficile da raffreddare, riparare, aggiornare e monetizzare.

Cowboy Space sta provando a trasformare il problema del lancio in un vantaggio competitivo. Se riuscirà a far volare il proprio razzo entro il 2028, il settore dovrà prenderla sul serio. Fino ad allora, il progetto resta una delle scommesse più radicali nate dall’incrocio tra AI infrastructure e nuova economia spaziale.

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