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Le startup non si insegnano. Parola di Paul Graham

Come dovrebbe un’università preparare gli studenti a creare una startup? La risposta di Paul Graham, cofondatore di Y Combinator e una delle figure più influenti dell’ecosistema tecnologico statunitense, parte da una provocazione: forse le università non hanno bisogno di nuovi corsi di entrepreneurship.

Nel saggio “How Universities Should Prepare Founders”, appena pubblicato, Graham sostiene che il modo migliore per formare futuri founder sia concentrarsi su ciò che gli atenei sanno già fare: insegnare discipline nelle quali gli studenti imparano a costruire, progettare, sperimentare e risolvere problemi. Informatica, ingegneria meccanica e biologia molecolare sono alcuni degli esempi citati.

Secondo Graham, ciò che i partner dell’acceleratore cercano nei candidati può essere sintetizzato in una caratteristica: persone capaci di costruire cose e abituate a farlo.

Il punto di partenza è l’esperienza maturata da Y Combinator in vent’anni di selezione e supporto alle startup. Secondo Graham, ciò che i partner dell’acceleratore cercano nei candidati può essere sintetizzato in una caratteristica: persone capaci di costruire cose e abituate a farlo. Per una startup, infatti, la difficoltà principale resta il prodotto: capire cosa realizzare e avere le competenze necessarie per realizzarlo.

Costruire non significa soltanto programmare

La definizione di “building” utilizzata da Graham è volutamente ampia. Non implica che ogni aspirante founder debba diventare un ingegnere software. Anche design e altre competenze creative possono diventare strumenti decisivi quando permettono di trasformare un’idea in qualcosa di concreto.

Graham richiama il caso di Steve Jobs e dei suoi studi di calligrafia, che ebbero un’influenza sul modo in cui Apple affrontò tipografia e desktop publishing. Cita anche Mark Zuckerberg: era un programmatore esperto, ma ad Harvard studiava psicologia, non Computer Science.

La questione, quindi, non è scegliere obbligatoriamente una specifica laurea per diventare imprenditori. Per Graham gli studenti dovrebbero andare alla ricerca di quelle che definisce “powerful ideas”, idee e conoscenze abbastanza profonde da cambiare il modo di comprendere e costruire qualcosa.

È una posizione che ridimensiona il valore dei percorsi universitari creati appositamente attorno all’etichetta dell’imprenditorialità.

È una posizione che ridimensiona il valore dei percorsi universitari creati appositamente attorno all’etichetta dell’imprenditorialità. Nelle note al saggio, Graham distingue inoltre l’entrepreneurship in senso generale dalla costruzione di una startup, che considera una porzione molto particolare dell’universo imprenditoriale, governata da dinamiche differenti.

La cultura universitaria può fare la differenza

Se le università non devono insegnare direttamente come si crea una startup, hanno però due compiti precisi. Il primo è mostrare agli studenti che fondarne una è una possibilità concreta. Il secondo è incoraggiarli a lavorare su progetti personali.

Sul primo punto, Graham utilizza i dati sulle candidature a Y Combinator come indicatore dell’interesse verso il mondo startup. Nel saggio osserva che gli alumni di Harvard presentano domanda a YC con una frequenza circa doppia rispetto a quelli di Yale e Princeton. La sua interpretazione non riguarda differenze sostanziali nelle capacità degli studenti, ma la cultura presente nei diversi campus: ad Harvard creare una startup viene percepito più facilmente come una strada praticabile.

Una cultura di questo tipo tende ad autoalimentarsi. Gli studenti più giovani vedono quelli degli anni precedenti avviare società, incontrano founder che hanno vissuto esperienze simili alle loro e iniziano a considerare quella scelta meno distante.

Per Graham non servono necessariamente miliardari o celebrity della Silicon Valley sul palco di un’università. Founder poco più grandi degli studenti possono essere perfino più efficaci perché risultano più facili da identificare con il proprio percorso.

Perché i side project contano più del GPA

Il secondo pilastro della tesi riguarda i progetti personali. Graham individua diverse ragioni per cui sono particolarmente importanti nella formazione di un futuro founder.

Costruire qualcosa per interesse personale consente innanzitutto di approfondire una materia in modo diverso rispetto allo studio finalizzato a un esame. I progetti permettono inoltre ai potenziali cofounder di capire se sono realmente capaci di lavorare insieme. È una verifica difficilmente sostituibile con networking, colloqui o simulazioni.

Una startup è, in origine, un progetto senza un professore o un manager che assegni compiti e scadenze. Chi è già abituato a organizzare autonomamente il proprio lavoro affronta questa situazione con maggiore naturalezza.

C’è poi un aspetto strettamente legato alla mentalità imprenditoriale. Una startup è, in origine, un progetto senza un professore o un manager che assegni compiti e scadenze. Chi è già abituato a organizzare autonomamente il proprio lavoro affronta questa situazione con maggiore naturalezza.

Infine, secondo Graham, proprio dai side project apparentemente casuali possono nascere alcune delle migliori startup. Idee che inizialmente sembrano troppo strane o limitate per essere considerate opportunità di business possono svilupparsi in direzioni inattese. È anche per questo che, nella selezione di YC, i progetti realizzati dai candidati assumono per Graham un peso molto maggiore dei risultati accademici espressi dal GPA.

La risorsa più scarsa potrebbe essere il tempo

La proposta più controintuitiva riguarda l’organizzazione della vita universitaria. Se gli atenei vogliono incoraggiare gli studenti più intraprendenti a sperimentare, sostiene Graham, devono lasciare loro più tempo libero.

L’esempio scelto è Harvard. Microsoft e Meta, ricorda Graham, hanno entrambe origini legate al “reading period”, il periodo compreso tra la fine delle lezioni e gli esami finali. In quelle settimane gli studenti rimangono nel campus, ma hanno meno consegne immediate. Una combinazione che può creare spazio per lavorare intensamente su idee autonome.

Per le università non sarebbe una scelta semplice. Ridurre il carico potrebbe significare che alcuni studenti utilizzerebbero male quel tempo. Graham considera però accettabile il compromesso: dare più autonomia a tutti può produrre risultati molto superiori tra gli studenti più energici e ambiziosi.

La stessa logica porta a un’altra raccomandazione: evitare di istituzionalizzare eccessivamente i progetti. Bill Gates e Mark Zuckerberg, ricorda l’autore, ebbero entrambi problemi con l’amministrazione di Harvard per attività portate avanti durante gli anni universitari. I progetti sperimentali sono spesso disordinati e poco compatibili con procedure pensate per attività già codificate.

Il bersaglio di Graham: le business plan competition

La parte più critica del saggio riguarda i corsi che pretendono di insegnare direttamente come avviare una startup. Per Graham esiste una contraddizione di fondo: creare un’impresa tecnologica si impara facendolo, mentre gestire realmente una startup richiede un livello di impegno difficilmente compatibile con un percorso universitario full time.

Nel mirino finiscono in particolare le business plan competition, dove gli studenti elaborano un’idea e la presentano a una giuria che simula il ruolo degli investitori.

Il rischio, secondo Graham, è trasmettere un messaggio sbagliato: far credere che il momento centrale nella nascita di una startup sia convincere gli investitori attraverso una presentazione. La priorità dovrebbe essere opposta. Prima vengono gli utenti e il prodotto; la raccolta di capitale arriva eventualmente dopo.

Un aspirante founder, nella sua visione, dovrebbe quindi costruire qualcosa senza preoccuparsi immediatamente che possa diventare una startup, anziché parlare continuamente di startup senza costruire nulla.

Meno Innovation Center, più spazio per sperimentare

La conclusione di Graham mette in discussione anche una parte dell’infrastruttura con cui molti atenei comunicano la propria vocazione all’innovazione. Un’università efficace nel preparare potenziali founder potrebbe apparire, dall’esterno, sorprendentemente poco attiva: niente nuovi edifici, nessuna proliferazione di corsi di entrepreneurship, nessuna necessità di creare strutture amministrative dedicate.

Gli studenti studierebbero discipline complesse perché interessati ai problemi che affrontano e, fuori dalle lezioni, costruirebbero progetti insieme ai propri amici. Alcuni di quei progetti diventerebbero startup.

Per Graham è proprio questo il risultato da cercare. Le università dovrebbero investire nelle discipline che consentono agli studenti di acquisire competenze reali e creare una cultura nella quale sperimentare sia normale. Non serve insegnare ai ragazzi a presentarsi come founder. Serve dare loro strumenti, autonomia e abbastanza tempo per diventarlo.

Fonte: Paul Graham, “How Universities Should Prepare Founders”, agosto 2026. Leggi il saggio originale di Paul Graham

Ringrazio l’amico Simone Martinelli per avermelo segnalato.

Business Development Manager at Dynamo, Author Manuale di Equity Crowdfunding, Angel Investor in CrossFund, Journalist, Crowdfunding Marketing Strategist, Startup-News.it founder, IED Lecturer.

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