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Innovazione e global south, le opportunità degli emerging markets

Innovazione e global south, le opportunità degli emerging markets

Negli emerging markets si trovano alcune delle startup e scaleup più innovative del mondo, che offrono interessanti opportunità di investimento. Abbiamo parlato di questo tema con Davide Calì e Francesco Cracolici, rispettivamente co-founder e Venture Partner di CrossFund.

Emerging markets: in questi ultimi decenni stanno vivendo non solo una crescita notevole ma anche una vera e propria rivoluzione, per diverse ragioni.

Complice una maggiore efficacia della vigilanza finanziaria e un cambio nelle abitudini al consumo, le società che vi operano stanno dimostrando di avere bilanci più solidi, ma soprattutto si sta formando una leadership molto competitiva con alte competenze tecnologiche legate all’innovazione e all’impresa.  Di conseguenza è proprio negli emerging markets che si trovano alcune delle società (startup e scaleup) più innovative a livello mondiale, che offrono quindi interessanti opportunità di investimento. Abbiamo parlato di questo tema con Davide Calì e Francesco Cracolici, rispettivamente co-founder e Venture Partner di CrossFund.

Davide Calì CrossFund

Davide Calì, co-founder di CrossFund.

Cosa sanno gli angel investor italiani riguardo le opportunità degli emerging markets?

Davide Calì. In genere, questa realtà, che con CrossFund siamo impegnati a raccontare e promuovere tra gli investitori professionali, è poco conosciuta o comunque ancora poco considerata dai business angel italiani. In Italia ci sono oltre 1500 business angel e nel 2021 hanno investito oltre 93 milioni di euro, soprattutto (e ovviamente non è una sorpresa) nel Nord Italia, in startup Italiane (dati Social Innovator Monitor e Politecnico di Torino).

Eppure, esistono interessantissime opportunità anche altrove e gli emerging markets permettono anche di fare investimenti che hanno elevato impatto sociale. Forse c’è anche un meccanismo di resistenza legato al preconcetto che investire in questi mercati sarebbe più rischioso. Timore che si lega alla mancata conoscenza approfondita delle singole realtà di tali Paesi. Per quanto possa sembrare controintuitivo, investire nelle startup che nascono negli emerging markets invece è, in certi termini, più sicuro. Si tratta quindi di una grande opportunità da non perdere.

Francesco Cracolici Venture Partner, di CrossFund.

Francesco Cracolici, Venture Partner di CrossFund.

Ti ho sentito spesso parlare dei diversi livelli diversi di ricchezza, riesci a spiegare il concetto?

Francesco Cracolici. Certo! Prima di parlare in maniera approfondita di innovazione nel global south e di quali caratteristiche abbia, è fondamentale spiegare qual è la realtà di questi paesi.

Esistono quattro livelli di ricchezza. Noi ci troviamo tutti al livello 4 (questo vale per la maggioranza delle persone che vivono nei Paesi cosiddetti “Avanzati”). Ciò significa che guadagniamo più di 32 dollari al giorno e possiamo vivere bene, permettendoci qualche lusso (chi più e chi meno, ovviamente, a seconda di quanto ci allontaniamo dai 32 euro andando a salire). Chi si trova nel livello 4 non ha preoccupazioni sul presente e non deve investire il proprio tempo quotidiano pensando a come sopravvivere.

Poi ci sono coloro che si trovano al livello 3, ovvero guadagnano tra gli 8 e i 32 dollari.  Vivono piuttosto tranquillamente ma un evento avverso come una malattia grave, un furto oppure la perdita del lavoro può metterli in grossa difficoltà facendoli precipitare in una situazione di semi-povertà.

Nel livello 2 vivono persone che guadagnano dai 2 agli 8 dollari al giorno. Pur lavorando questi individui soffrono la povertà e spesso non hanno – letteralmente – un tetto sopra la testa, perché magari vivono sfruttando soluzioni di fortuna oppure hanno una casa talmente malridotta che ci piove dentro.

Infine, chi guadagna dagli 0 ai 2 dollari al giorno (livello 1) vive in situazione di estrema povertà. La povertà va ben oltre la mancanza di reddito e di risorse sufficienti a garantire mezzi di sussistenza. Le sue manifestazioni includono fame, malnutrizione, accesso molto limitato all’istruzione e altri servizi di base, discriminazione, esclusione sociale e mancanza di partecipazione ai processi decisionali.

I mercati emergenti includono gran parte dell’America Latina, alcune nazioni africane, tutti gli ex stati comunisti, Turchia, India, Cina e alcuni altri paesi dell’Asia.

Davide, cosa possono fare i business angel contro la povertà?

Davide Calì. Negli emerging markets troviamo una buona fetta della popolazione che vive le condizioni proprie del livello 3, 2 oppure 1. Ma gli investimenti che i professionisti possono fare nelle società innovative che operano negli emerging markets possono aiutare concretamente queste persone a “salire” di livello. Investendo possiamo fare in modo che il miliardo di persone più povere in assoluto esca da questo stato.

(Del fatto che le startup nei paesi emergenti aiutino più delle società no-profit parleremo nel dettaglio in un altro articolo).

Secondo alcuni dati condivisi da Statista e relativi al 2021, il 19,9% delle persone in Kazakistan è coinvolto in attività imprenditoriali legate a una startup, percentuale pari al 14% in India (un numero elevato, se pensiamo al totale della popolazione), al 13,4% in Corea del Sud e al 9,6% in Indonesia. È facile immaginare quanto la nascita e la crescita di startup di successo possa cambiare la vita non solo di coloro che ne sono imprenditori ma anche delle loro famiglie e di tutti gli stakeholder interni ed esterni coinvolti.

Insomma, le startup negli emerging markets sono una grandissima opportunità?

Francesco Cracolici. C’è chi pensa che le startup esistano solo in USA, UK ed Europa, perché sono mercati ricchi, ma non c’è nulla di più sbagliato. Una delle regioni più attive per quanto riguarda la nascita di nuove startup è l’America Latina. Per citare un altro dato, il numero delle startup in India è cresciuto da 471 nel 2016 a quasi 73mila nel 2022 (dati ministeriali). Sempre guardando ad est, ci sono tutta una serie di città dove l’ecosistema startup è particolarmente fiorente, tra cui Beijing e Shanghai in Cina, Singapore, Taipei City e Manila.

Ad oggi, Cina e Stati Uniti vantano il più alto numero di unicorni rispetto al resto del mondo. Sappiamo che solo l’1% circa delle startup è destinata a diventare un unicorno, ma ci sono fattori che possono accrescere questa possibilità?

Nei Paesi emergenti, il 90% delle aziende di successo è di tipo imported, questo significa che i loro founder hanno scelto attività che hanno business model già validati, da importare nel Paese sfruttando le stesse leve. Sappiamo che 9 startups su 10 sono destinate a fallire, ma questo vale in realtà solo per le startups che portano avanti idee “nuove” in assoluto, mai testate sul mercato. Le startups di importer seguono regole diverse.

Cosa succede quando l’innovazione è importata con intelligenza?

Quando parliamo di imported innovation sappiamo che la startup in questione non è scalabile, non può conquistare il mercato in altri paesi dove la stessa soluzione esiste già. Non c’è quindi possibilità che diventi globale. Però si può puntare ad exit molto interessanti.

Facciamo l’esempio di Uber. Questa società ha messo in piedi una strategia focalizzata sui mercati primari, ovvero Stati Uniti, Inghilterra ed Europa. Ed è qui che ha concentrato tutte le sue energie e i suoi sforzi. Quando Uber è nata, i modelli per sopperire al bisogno di “trasporto di persone a chiamata” erano moltissimi, almeno una quindicina. Si sperimentavano le modalità di prenotazione (app, telefono eccetera) ma anche i mezzi stessi (auto, motorino e così via), gli autisti (professionisti e non). Il sistema di Uber è quello che ha vinto dopo il processo di selezione.

Un ex dipendente di Uber proveniente dal Middle-East ha pensato bene di importare Uber nel suo Paese. La startup, chiamata Careem, è stata poi venduta alla stessa Uber per oltre 3 miliardi di dollari. Careem è stato il primo unicorno della regione del Middle-East.  Ma di esempi ne esistono molti. Il problema principale delle aziende che fanno food-delivery è che molte persone ancora oggi preferiscono prendere in mano il telefono e chiamare direttamente il ristorante o la pizzeria. Quindi tante di queste grandi realtà (Deliveroo, Grubhub eccetera) stanno combattendo la concorrenza lì dove esistono già. Il mercato è sufficientemente ricco e non hanno ancora preso in considerazione l’idea di scalare nei mercati emergenti. Ecco allora che sono nate una serie di startup che hanno importato questo tipo di innovazione negli Emerging Markets.

Ad esempio Rappi che si occupa di food delivery in Sud America, ed è stata fondata da un ex dipendente di Grubhub, oggi vale 6 miliardi. In Indonesia Gojek vale due miliardi, Grub che opera nel Sud-est asiatico ha anch’essa un valore di 6 miliardi. Tutte queste persone hanno copiato un modello che esiste riducendo dell’80% la fatica di trovare un product market efficace.

Quindi, un team forte è l’aspetto fondamentale

Davide Calì. Per gli investitori è davvero molto interessante potersi concentrare “solo” nella selezione del team più forte, senza preoccuparsi del business model e del mercato. Tornando all’esempio di Uber, nel 50% dei paesi del mondo c’è un competitor di Uber che vale almeno 1 miliardo. L’unica zona interessante dove attualmente non c’è un competitor è l’Africa subsahariana. Le dimensioni del mercato (popolazione, grandezza del territorio eccetera) le conosciamo. L’unica sfida è quella di trovare il team giusto che sia in grado di portare l’Uber per l’Africa subsahariana al successo.

Come si scelgono i team?

La maggior parte delle volte si selezionano persone molto intelligenti, con un altissimo livello di competenze e istruzione e una storia di successo alle spalle.

Imprenditori, persone con carriere forti, che hanno studiato nelle più prestigiose università americane o inglesi e che sono in grado di selezionare un’idea di successo nei Mercati avanzati e di importarla contestualizzandola al Paese di destinazione, aggiungendo un “flavour” tipico di quel mercato.

Flaxport, per esempio, è un software con cui le aziende possono prenotare la consegna di merci. Esiste un “Flaxport” dedicato al Middle-East lanciato da un professionista laureato a Stanford. Si chiama Trella e lo abbiamo finanziato proprio attraverso CrossFound. Ora l’azienda, che è giovane, vale 140 milioni. I team su cui investire di solito sono composti da persone che prendono la knowledge e i contatti nelle università più prestigiose, oppure sono top manager e professionisti che vengono dall’azienda di cui si vuole importare la tecnologia. Stiamo parlando di persone che sanno già, per esempio, cosa significa sviluppare un’app, testarla, metterla sul mercato.

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