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Equity Crowdfunding, troppe piattaforme? Il regolamento europeo cambierà le carte in tavola

Equity Crowdfunding, troppe piattaforme? Il regolamento europeo cambierà le carte in tavola

Ci sono troppe piattaforme di equity crowdfunding in Italia? Sono anni che giornalisti e operatori del settore si fanno questa domanda. Ma la normativa europea in materia porterà nuovi equilibri

Alla data del 30 giugno 2022 in Italia risultavano autorizzati da Consob 51 portali di equity crowdfunding, lo stesso numero rispetto all’anno scorso. Nonostante il dato sia identico al 2021, negli ultimi 12 mesi sono comunque arrivate 8 nuove autorizzazioni, controbilanciate da altrettante rinunce: Cofyp, Leonardoequity, Extrafunding, Gopmi, Crowdkasse, Crewfunding, Capital4solutions e infine Ecrowdengineering.

Il “mestiere” della piattaforma di crowdfunding è complesso, ci vuole un team preparato per portarlo avanti con risultati positivi e durevoli. Il bacino degli investitori va seguito con cura, le informazioni sulle emittenti vanno date con precisione e puntualità, ma soprattutto le startup e le PMI vanno selezionate con lungimiranza.

Anche per questo, nonostante le piattaforme che possono operare siano 51, quelle realmente attive sono di meno, e sono ancora meno quelle che dominano il mercato. Secondo i dati diffusi dal PoliMI, Mamacrowd è in testa alla classifica se guardiamo al totale raccolto, con 83,61 milioni di euro (€ 32,28 milioni nell’ultimo anno). Segue CrowdFundMe con 71,09 milioni di cui 22,72 milioni raccolti negli ultimi 12 mesi, e infine Walliance, al terzo posto con € 68,46 milioni. Della concentrazione del mercato dell’equity crowdfunding abbiamo parlato anche qui, citando nel dettaglio tutti i numeri.

Molte piattaforme spariranno?

Secondo diverse voci autorevoli del mondo dell’equity crowdfunding, il proliferare delle piattaforme avrà vita breve. Con l’entrata in vigore definitiva del Regolamento Europeo sul crowdfunding e la fine del periodo transitorio previsto per adeguarsi ad esso, molte realtà spariranno e altrettante saranno costrette a fare squadra. Questo per non soccombere all’apertura del mercato all’intera piazza UE. Alcuni operatori spagnoli e francesi, ad esempio, sono già pronti a raccogliere fondi nel nostro Paese, perché autorizzati a livello europeo, mentre i portali nazionali, purtroppo, aspettano ancora al palo.

Per non soccombere alla concorrenza molte piattaforme dovranno fare squadra

L’incremento di piattaforme negli ultimi anni è stato esponenziale. Recentemente ha avuto una battuta d’arresto solo perché non sono più state concesse da Consob nuove autorizzazioni, in attesa dell’effettivo recepimento delle normative europee. «Il mercato del crowdinvesting ad oggi è caratterizzato da una moltitudine di gestori scarsamente operativi, i quali alla luce delle possibili spinte competitive dei gestori europei, probabilmente, dovranno a breve ridefinire i contorni del proprio business» ha sottolineato alcune settimane fa Emma Iannaccone di Consob, in occasione della presentazione del report del PoliMI.

Le prime ripercussioni del Regolamento UE sul mercato

«Stiamo già assistendo da un anno a questa parte a un consolidamento del mercato – ha commentato in proposito Francesca Passeri dello European Crowdfunding Network, sempre in occasione della presentazione organizzata dal Politecnico di Milano. Ad esempio tramite merger di piattaforme che operano in Paesi diversi. E ci aspettiamo un ulteriore consolidamento una volta terminato il periodo di transizione. Questo non è un periodo indolore per il mercato, consolidamento è un termine molto diplomatico per dire che alcuni modelli di business non riusciranno ad adattarsi alle nuove disposizioni previste dal regolamento europeo. La buona notizia in tutto questo, cercando di guardare alle cose dal punto di vista dell’industria del crowdfunding nel suo complesso, è che il 10 novembre 2023 segnerà un grandissimo traguardo, il raggiungimento di una disciplina armonizzata tra i diversi Paesi UE».

Il mercato europeo diventerà interessante non solo per quegli operatori che già operano in uno degli stati membri ma anche per coloro che al momento lavorano sul mercato statunitense o asiatico, e stanno avviando le procedure per diventare player autorizzati in Europa. La concorrenza quindi sarà molto agguerrita.

Ancora in stallo…

A causa della lentezza nel recepimento delle nuove normative in materia di crowdinvesting, anche le piattaforme italiane che hanno sempre registrato ottimi risultati potrebbero trovarsi in difficoltà, qualora dovessero fronteggiare la concorrenza estera senza poter pubblicare a loro volta campagne nei mercati fuori dall’Italia. Crowdcube, ad esempio, ha già completato l’iter e può operare nel mercato unico. E ci sono anche altri operatori del mercato che stanno ottenendo una licenza europea e potranno proporre le proprie campagne in tutti e 27 gli stati membri. 

Gli operatori italiani potrebbero trovarsi a faticare parecchio per recuperare il tempo perso. Senza contare che alcuni mercati, come quello UK, vantano operatori che per fatturato hanno volumi decisamente maggiori dei più forti operatori italiani.

Le piattaforme italiane potrebbero anche pensare di rivolgersi ad altri Paesi, più avanti nell’applicazione del regolamento, per ottenere la licenza e bypassare la lentezza burocratica tipica del nostro territorio. Questo però potrebbe significare trasferire il grosso del proprio business nel Paese che concederebbe loro la licenza.

Anche le piattaforme che hanno sempre registrato ottimi risultati potrebbero trovarsi in difficoltà a causa della concorrenza europea

La proroga del periodo di transizione

A metà luglio è arrivata la salvifica proroga della Commissione Europea, che ha esteso il periodo di transizione di un anno, fino a novembre 2023, per tutte le piattaforme già autorizzate sul territorio nazionale prima del 10 novembre 2021. Questo periodo consentirà alle autorità e agli attori del mercato di attuare tutte le misure per adeguarsi alle nuove regole sul crowdinvesting, senza costringere le piattaforme a smettere di operare. La proroga ha inciso in modo significativo sia sulle prospettive degli operatori di settore sia sulle autorità di vigilanza.

L’ulteriore periodo di transizione, però, non deve essere inteso come un invito a fare le cose con calma. Le piattaforme che non avranno il ‘patentino’ europeo entro il 10 novembre 2023 dovranno fermare ogni attività. Appena si potrà, dunque, gli operatori dovranno richiedere e ottenere l’autorizzazione per operare con il nuovo regime, usufruendo del ‘passaporto’ che consente di proporre campagne in tutta UE.

Una questione complessa

Il Regolamento europeo dà all’autorità nazionale il compito di decidere quale sia l’ente vigilante che può concedere le autorizzazioni. E questo, come abbiamo già sottolineato sul nostro sito, è il primo dei problemi, benché non sia il solo. L’Italia non ha ancora definito quale dovrebbe essere l’ente vigilante, sia perché il Governo è stato distratto da altri temi, sia perché la questione non è di facile risoluzione… Quando però verrà nominato, le piattaforme di crowdinvesting europee già in possesso del patentino potranno subito iniziare ad operare qui, mentre quelle italiane dovranno aspettare la licenza.

Mancando la nomina ufficiale dell’autorità garante, l’Italia non può ancora partire con le autorizzazioni

Verso un ruolo di vigilanza condiviso?

Non tutte le piattaforme di crowdfunding sono uguali, come sappiamo bene. Attualmente l’autorizzazione nazionale segue due strade distinte, a seconda che si tratti di equity crowdfunding o lending crowdfunding. Nel primo caso a occuparsi delle autorizzazioni è la Consob, nel secondo è BankItalia. Va sottolineato, inoltre, che nel nostro Paese non c’è una vera e propria normativa specifica per le piattaforme di lending, che offrono un ritorno economico in cambio di denaro prestato. Devono “semplicemente” seguire l’imperativo di Bankitalia, che consente loro di operare come istituti di pagamento, istituti di moneta elettronica o intermediari finanziari iscritti all’art. 106 del TUB, ma non di raccogliere il risparmio privato come fanno solo le banche.

Quale dei due enti dovrebbe diventare il nuovo garante per il crowdinvesting alla luce delle novità introdotte dal Regolamento Europeo? Consob ha dalla sua l’esperienza nell’autorizzazione di oltre 50 portali di equity crowdfunding e un’attività di vigilanza ormai consolidata. Banca d’Italia però è competente in materia di servizi di pagamento e antiriciclaggio. Una decisione su chi potesse essere l’autorità designata era attesa proprio in queste settimane di settembre, ma la crisi di governo e le elezioni alle porte hanno cambiato le carte in tavola. Forse si andrà verso una condivisione delle responsabilità.

La proposta dell’AIEC

Anche una volta nominata l’autorità competente, i tempi per procedere con tutte le autorizzazioni ‘in coda’ non sarebbero certo brevi. L’AIEC, l’Associazione Italiana Equity Crowdfunding, ha proposto una soluzione per ‘mettere una pezza’ al ritardo della Politica. Si tratta della proposta di adottare un regime di autorizzazione provvisoria per le piattaforme di crowdinvesting  già autorizzate a livello nazionale.

Questa autorizzazione semplificata è compatibile con l’articolo 48 comma 2 del Regolamento UE 2020/1503 e permetterebbe agli operatori italiani di operare sul mercato europeo non appena depositata la domanda, senza ulteriori attese. L’autorità competente avrebbe poi 12 mesi di tempo dalla concessione provvisoria per fare tutte le verifiche del caso.

Anche l’Europa è in ritardo?

A livello europeo, la Commissione Europea non ha ancora recepito i sub regolamenti sugli standard tecnici di settore, che specificano gli standard per la protezione degli investitori.

Questi sub regolamenti, compilati dall’ESMA, l’Autorità Europea degli Strumenti finanziari e dei Mercati, e dall’EBA, l’Autorità Bancaria Europea, hanno a che fare con la gestione degli investimenti. Comprendono, tra le altre cose, le linee guida per la redazione dei test di valutazione del livello di competenze finanziarie degli investitori e per il pricing degli investimenti

Perché è critico che i sub regolamenti non siano stati approvati? In mancanza del recepimento da parte della Commissione europea, i sub regolamenti non sono ancora entrati in vigore. Di conseguenza, le piattaforme che hanno già ottenuto l’autorizzazione europea lo hanno fatto conformandosi ai sub regolamenti non ancora in vigore e modifiche significative dei sub regolamenti andrebbero ad annullare le autorizzazioni concesse…

Il Prof. Diego Valiante della Commissione Europea, però, ha ribadito in più occasioni che le bozze (già pubbliche) dei sub regolamenti sono molto vicine a quanto la Commissione sta approvando o ha già approvato, secondo l’iter che prevede anche il coinvolgimento del Parlamento Europeo. Questo iter dovrebbe completarsi entro la fine dell’anno 2022.

In conclusione

Fino a che non viene nominata l’autorità competente i portali italiani non possono depositare la domanda per ottenere l’autorizzazione a operare nel mercato UE. Il Regolamento Europeo e la conseguente possibilità di operare in tutti gli stati UE rappresentano un’importante opportunità sia per le piattaforme, sia per le startup e le PMI in cerca di fondi, così come per gli investitori.

Le piattaforme, in virtù della regolamentazione condivisa, saranno anche agevolate nella creazione di partnership con investitori più tradizionali, come la Banca Europea degli Investimenti. Il mercato europeo è una eccellente opportunità per consolidare le attuali strutture operative, fare joint venture, esportare il business, ma vanno rimossi al più presto gli ostacoli burocratici.

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