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Startup e reputazione online: perché una sola recensione negativa può pesare più di un round di investimento

Poca storia, pochi contenuti e tanta esposizione: per le giovani imprese l’intelligenza artificiale rende ogni critica più visibile e più duratura. Andrea Carboni (eShoppingAdvisor): “La gestione della reputazione online non è un intervento una tantum, ma un processo continuo”.

Una grande azienda può contare su anni di comunicati, articoli e recensioni che ne raccontano l’attività. Una startup no. Ed è proprio questa scarsità di informazioni a renderla particolarmente vulnerabile: quando un investitore, un potenziale cliente o un partner cerca il suo nome, anche un solo contenuto negativo rischia di diventare il biglietto da visita dell’impresa.

Il paradosso del “foglio bianco”

Tra i fattori che tengono una notizia sfavorevole in cima ai risultati di ricerca, uno colpisce le startup più di chiunque altro: l’assenza di alternative. Come spiega Andrea Carboni, ceo e co-founder di eShoppingAdvisor, in un intervento su Agenda Digitale, se mancano contenuti recenti e autorevoli sulla stessa azienda, la notizia negativa resta priva di “competitor” e continua a occupare le prime posizioni.

Per una società nata da pochi mesi il rischio è concreto. Un lancio andato storto, un ritardo nelle consegne o una polemica sui social possono restare per molto tempo l’unica traccia visibile dell’impresa.

Chatbot e due diligence

Il quadro si complica con l’intelligenza artificiale. Sempre più spesso business angel, fondi di venture capital e acceleratori usano strumenti di AI per una prima ricognizione sulle startup che valutano. Se le informazioni disponibili online sono poche e sbilanciate, anche la sintesi prodotta dal chatbot lo sarà, magari senza distinguere tra un problema risolto e uno ancora aperto.

Lo stesso vale per i clienti. Le recensioni, osserva Carboni, rappresentano uno dei canali che oggi pesano di più sulla percezione pubblica, e sempre più anche sulle risposte fornite dai sistemi di intelligenza artificiale. Per un prodotto appena arrivato sul mercato, le prime opinioni raccolte possono orientare il giudizio di chi arriva dopo.

Cosa fare con budget ridotti

La buona notizia è che per iniziare non servono grandi investimenti. Gli strumenti di monitoraggio, ricorda Carboni, non sono necessariamente a pagamento né richiedono un elevato impegno tecnico: gli avvisi automatici sui motori di ricerca e il controllo delle menzioni sui social sono un primo passo alla portata di qualsiasi team. A questi va affiancata una verifica manuale periodica, “effettuata in incognito e da dispositivi differenti”, per vedere i risultati come li vede un utente qualsiasi.

La seconda leva è riempire il vuoto. Un sito con una pagina “chi siamo” chiara, profili aggiornati dei fondatori, comunicati sui traguardi raggiunti e interventi su testate di settore aiutano motori di ricerca e AI a costruire un’immagine più completa. L’obiettivo, secondo Carboni, è una presenza digitale solida, con contenuti autorevoli “che raccontino la versione più recente e completa della storia”.

Anche i founder contano

Nelle startup la reputazione dell’impresa e quella dei fondatori spesso coincidono. Qui entra in gioco uno strumento che le aziende non possono usare: il diritto all’oblio previsto dal GDPR, che tutela le persone fisiche e consente, a determinate condizioni, di chiedere la deindicizzazione di informazioni superate.

Una competenza da coltivare fin dall’inizio

Per una startup la reputazione digitale non è un lusso da rimandare a dopo la crescita. Va costruita insieme al prodotto, perché è molto più semplice presidiare uno spazio ancora vuoto che correggerlo quando si è riempito. Serve, conclude Carboni, affrontare il tema con “strategia, pazienza e strumenti adeguati”.

Giornalista, copywriter, esperto di finanza e marketing editoriale, collabora con alcuni dei più noti network nazionali dell'informazione

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