Stop agli incentivi fiscali: startup lanciano allarme sul vuoto normativo
Dal 1° gennaio 2026 il sistema italiano dell’innovazione si confronta con un vuoto normativo che rischia di produrre effetti immediati e strutturali sulla capacità del Paese di attrarre capitale privato. È infatti scaduto il regime di detrazioni e deduzioni fiscali del 30% per chi investe in startup e PMI innovative, una misura che negli ultimi anni ha rappresentato uno degli strumenti più rilevanti di politica industriale a supporto del Venture Capital. L’allarme è stato rilanciato sulle pagine di Repubblica e oggi è condiviso da gran parte dell’ecosistema dell’innovazione.
Un cliff effect che mina la fiducia degli investitori
La cessazione improvvisa dell’agevolazione, senza una proroga o un meccanismo transitorio, ha generato quello che molti operatori definiscono un vero e proprio “cliff effect” regolatorio. In un mercato già caratterizzato da un’elevata percezione del rischio e da tempi di ritorno medio-lunghi, l’incertezza normativa rappresenta uno dei principali freni all’allocazione di capitale. Come osserva su Repubblica Antonella Grassigli, presidente e ceo di Doorway: «Senza il beneficio fiscale, questi capitali guarderanno all’estero, dove le opportunità di rischio/rendimento sono migliori», richiamando il rischio concreto di una perdita di investimenti a favore di mercati esteri più maturi.

Il ruolo chiave degli incentivi fiscali nel mercato italiano
Negli ultimi anni il regime di detrazione e deduzione ha avuto un impatto misurabile nella mobilitazione di capitale privato, coinvolgendo business angel, family office e investitori retail evoluti. In un contesto storicamente sottocapitalizzato come quello italiano, la leva fiscale ha svolto una funzione di market enabler, riducendo l’asimmetria tra il rischio percepito dell’investimento early stage e il potenziale rendimento. Non si è trattato, come sottolineano molti operatori, di un privilegio settoriale, ma di uno strumento pensato per colmare un gap strutturale del sistema finanziario nazionale.
Il timore più diffuso riguarda una possibile riallocazione del capitale “informale” verso giurisdizioni più stabili dal punto di vista normativo
Il timore più diffuso riguarda una possibile riallocazione del capitale “informale” verso giurisdizioni più stabili dal punto di vista normativo. È una dinamica ben nota nei mercati finanziari: la prevedibilità delle regole è una componente essenziale dell’attrattività di un ecosistema.
A rafforzare l’allarme è anche la voce delle associazioni di categoria. Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance, ha sottolineato su Repubblica come la questione non possa essere ridotta a un tema fiscale di breve periodo. «L’innovazione si muove in base al “feeling” che arriva dalla politica e il mancato rinnovo degli incentivi è preoccupante», ha dichiarato Cerruti, ricordando che l’Italia è ancora in ritardo rispetto ai principali Paesi europei sul fronte del Venture Capital e che non può permettersi passi indietro proprio ora.
Un ritardo strutturale che pesa sulla competitività
I dati sul Venture Capital mostrano come l’Italia continui a registrare livelli di investimento pro capite inferiori rispetto a Francia, Germania e Regno Unito. In questo contesto, la continuità delle politiche pubbliche rappresenta un fattore determinante per costruire fiducia e attrarre capitali di lungo periodo. Ogni interruzione improvvisa genera un effetto reputazionale che va oltre il singolo strumento e incide sulla percezione complessiva del Paese come destinazione per investimenti tecnologici e innovativi.
L’appello che emerge con forza dall’ecosistema è chiaro: ripristinare rapidamente l’incentivo e lavorare affinché la proroga sia retroattiva, includendo anche gli investimenti effettuati nel corso del 2026
L’appello che emerge con forza dall’ecosistema è chiaro: ripristinare rapidamente l’incentivo e lavorare affinché la proroga sia retroattiva, includendo anche gli investimenti effettuati nel corso del 2026. La retroattività viene considerata essenziale per non penalizzare chi ha continuato a investire confidando in una continuità normativa e per evitare distorsioni nelle decisioni di portafoglio. In assenza di un intervento tempestivo, il rischio è quello di congelare operazioni già in pipeline e rallentare l’intero mercato early stage.
Un tema di politica industriale, non di nicchia
Come evidenziato da Grassigli: «Senza capitale privato l’innovazione rallenta, e con essa competitività, lavoro qualificato e crescita». Il dibattito sugli incentivi fiscali alle startup va quindi letto in una prospettiva sistemica: le startup non rappresentano un settore a sé stante, ma un motore trasversale di trasformazione industriale, tecnologica e occupazionale. Le scelte di policy su questo fronte avranno effetti che andranno ben oltre il perimetro dell’ecosistema innovativo.
Le startup non rappresentano un settore a sé stante, ma un motore trasversale di trasformazione industriale, tecnologica e occupazionale
La palla passa ora al decisore pubblico. Una risposta rapida, chiara e strutturale è fondamentale per evitare un danno sistemico difficilmente recuperabile nel medio periodo. L’ecosistema italiano dell’innovazione chiede stabilità regolatoria, visione di lungo periodo e coerenza delle politiche. In un contesto globale sempre più competitivo, l’assenza di una strategia chiara sugli incentivi al capitale di rischio rischia di trasformarsi in uno dei principali freni allo sviluppo tecnologico ed economico del Paese.





