Incubatori di startup contro la fuga dei talenti
La capacità di attrarre e trattenere persone qualificate sta diventando un fattore decisivo per la competitività regionale. Il problema riguarda soprattutto le aree rurali, le città deindustrializzate e i territori lontani dai grandi mercati del lavoro, dove l’uscita di giovani e laureati riduce la capacità innovativa e scoraggia nuovi investimenti.
Il report “Catalysing entrepreneurial ecosystems and talent attraction”, realizzato nell’ambito della Harnessing Talent Platform della Commissione europea, analizza il ruolo degli incubatori di startup nelle regioni esposte alla cosiddetta “talent development trap”. È una condizione nella quale calo della popolazione in età lavorativa, bassa presenza di laureati e scarsità di opportunità professionali si alimentano a vicenda.
Lo studio, firmato da Ilaria Mariotti e Dimitris Manoukas, prende in esame esperienze sviluppate in Italia, Irlanda, Spagna, Bulgaria e Romania. Il punto di partenza è netto: l’incubatore, nei territori fragili, non può essere valutato soltanto in base al numero di startup create. Conta anche la sua capacità di collegare imprese, università, amministrazioni, investitori e comunità locali.
L’incubatore, nei territori fragili, non può essere valutato soltanto in base al numero di startup create. Conta anche la sua capacità di collegare imprese, università, amministrazioni, investitori e comunità locali.
Dal brain drain al “diritto di restare”
La mobilità dei talenti non è di per sé un problema. Diventa tale quando partire è l’unica scelta possibile. Da qui nasce il concetto europeo di “right to stay”, il diritto a restare nel proprio territorio potendo accedere a lavoro qualificato, formazione, servizi, infrastrutture digitali e percorsi imprenditoriali.
In questa prospettiva, gli incubatori di startup possono sostenere la brain retention, favorire il rientro di professionisti e alimentare la brain circulation, cioè uno scambio continuativo di competenze tra chi vive nel territorio e chi si è trasferito altrove. Lo sa bene Sei Ventures che da anni si batte per trattenere nelle aree decentrate e rurali i talenti altrimenti destinati alla fuga.
I servizi più efficaci messi in piedi dagli incubatori di startup comprendono mentorship, formazione imprenditoriale, accesso a finanziamenti, supporto regolatorio e collegamenti con clienti e partner esterni. Per una startup nata in un’area periferica, entrare in un incubatore può anche ridurre lo svantaggio reputazionale legato alla provenienza geografica e aumentare la credibilità presso investitori e imprese.
Ferrara, un laboratorio per startup e competenze
Tra i casi studiati figura il Laboratorio Aperto di Ferrara, spazio pubblico ricavato dall’ex Teatro Verdi e tornato pienamente operativo nel 2023. La struttura ospita un coworking con 28 postazioni, ambienti formativi, eventi e un ufficio dell’Università di Ferrara.
Il modello integra attività culturali, formazione digitale e supporto all’imprenditorialità. Programmi come StartupER, Follow Startup e Start-Up Creation Lab accompagnano studenti, ricercatori e aspiranti founder dalla validazione dell’idea all’ingresso sul mercato.
Nel 2024 i percorsi di pre-incubazione hanno erogato 100 ore di formazione a 142 partecipanti. Nel 2025 sono state organizzate 60 ore per 41 persone. Sei team hanno raggiunto la fase finale e due sono entrati nel programma Follow Startup. Un progetto ha ricevuto anche una postazione gratuita di coworking per sei mesi.
Un dato qualitativo appare altrettanto rilevante: diverse startup, dopo l’incubazione, hanno scelto di rimanere nello spazio per mantenere il contatto con mentor e community. L’incubatore diventa così un’infrastruttura di permanenza, oltre che un servizio per la creazione d’impresa.
Mayo e l’imprenditoria femminile
Nella contea irlandese di Mayo, ATU iHub opera dal 2006 all’interno della rete GTEIC, presente nelle aree Gaeltacht di lingua irlandese. Il modello multisede risponde a un problema tipico dei territori rurali: popolazione dispersa, reti professionali sottili e distanze elevate tra imprese, servizi e istituzioni.
Il programma New Frontiers offre alle startup early-stage mentorship, spazi di lavoro e fino a 22.500 euro di sostegno esentasse. I percorsi EMPOWER sono invece rivolti alle donne che intendono avviare un’attività o far crescere un’impresa esistente, comprese quelle che hanno lasciato temporaneamente il mercato del lavoro per responsabilità familiari.
I risultati riportati nel documento indicano che l’83% delle partecipanti alla fase Start ha costituito una nuova impresa e il 47% aveva già generato vendite entro ottobre 2022. Il programma ha prodotto 67 nuovi posti di lavoro, 75 servizi e 148 prodotti.
Modelli distribuiti per territori periferici
In Estremadura, FUNDECYT-PCTEX utilizza una rete decentralizzata di strutture tra Badajoz, Cáceres, Plasencia e altre località. La prossimità con l’Università dell’Estremadura facilita il trasferimento tecnologico, mentre la vicinanza con il Portogallo amplia le connessioni internazionali.
Il progetto Better Incubation, sperimentato anche a Ruse e Bucarest, ha invece lavorato con giovani e gruppi sottorappresentati. Il programma ha attribuito valore anche alle competenze acquisite, alla fiducia personale e alla costruzione di reti, senza limitare la misurazione dell’impatto alla sopravvivenza delle imprese.
L’esperienza suggerisce che, nelle aree con elevata disoccupazione giovanile o forte emigrazione, i KPI basati esclusivamente sul numero di startup rischiano di restituire una lettura incompleta. Servono indicatori su occupabilità, accesso ai network, partecipazione e continuità professionale.
L’incubatore non basta senza un ecosistema
I quattro casi condividono alcuni elementi: attività ibride online e in presenza, strutture distribuite sul territorio, partnership con università e amministrazioni, mentoring continuativo e strumenti informativi per mettere in contatto talenti e imprese.





