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I due mesi che hanno cambiato tutto (e tutti)

I due mesi che hanno cambiato tutto (e tutti)

Due mesi

Due mesi di chiusura dei negozi, dei bar, dei ristoranti, degli uffici, delle scuole…
Due mesi di un Paese congelato, di gente che cantava fuori dai balconi e piangeva nelle case, davanti agli ospedali, nei centri per anziani martoriati. Di gente le cui già scarse liquidità si sono improvvisamente seccate del tutto, di dipendenti sconvolti dallo smart-working e liberi professionisti che da sempre vivono in simbiosi con una tastiera, un mestolo o un bancone e adesso conoscono benissimo il no-working, costretti a elemosinare 600 euro di benevolenza nazionale, umiliati, disperati, nelle condizioni di chiedere aiuto per la prima volta nella propria vita.

Le sirene delle ambulanze, i bollettini serali e le mascherine ci hanno cambiati? Decisamente. Ma forse non a livello umano. In fin dei conti, noi siamo rimasti i soliti italiani di sempre: perché il nord è più figo, al centro sappiamo già come riprenderci, al sud blocchiamo le frontiere e ci teniamo il sole.

Non siamo persone migliori

No, non credo che il Covid-19 ci abbia trasformato in persone migliori, ma diverse, quello sì.
Oggi ci ritroviamo a vivere in un Paese cambiato, decisamente più povero, con i volti coperti e la paura costante di essere contagiati. Tante attività commerciali che hanno chiuso a causa della pandemia, probabilmente non apriranno più le serrande. Secondo Fipe, almeno 50mila attività del mondo della ristorazione, non vedranno il post-Covid. Un’ecatombe. Due mesi di mancati incassi e una stagione segnata dal distanziamento sociale hanno assestato il colpo di grazia a un’economia che si reggeva su equilibri fragilissimi. Il nostro Paese farà i conti con schiere di nuovi disoccupati e ci accorgeremo tutti che il Coronavirus ci ha portato in dote una lunga serie di bombe a orologeria.

Secondo Fipe, almeno 50mila attività del mondo della ristorazione, non vedranno il post-Covid

Le aziende, comprese quelle pubbliche, hanno scoperto che si può lavorare bene anche da casa, certo se solo però qualcuno ci risolve il “problema” dei piccoli che si ritrovano a consumare il pavimento dei nostri appartamenti e desiderare (chi l’avrebbe mai detto?) di ritornare a scuola o all’asilo.

Ma torniamo ai cambiamenti sociali

Un primo grande effetto della pandemia riguarda a mio avviso una geografia completamente mutata dei flussi di persone. Molte aziende hanno affermato di voler continuare a mantenere il lavoro da casa e parliamo di diversi milioni di persone coinvolte che non si sposteranno più come prima. Ma questo cosa comporta? Meno spostamenti = meno inquinamento, ma anche meno lavoro per quelle attività posizionate in zone centrali strategiche e super costose perché basate su flussi costanti di pubblico. I bar, i ristoranti, le palestre nate vicino ad aziende che metteranno in smart working metà dei dipendenti, avranno immediatamente la metà dei clienti.

I bar, i ristoranti, le palestre nate vicino ad aziende che metteranno in smart working metà dei dipendenti, avranno immediatamente la metà dei clienti

Ma d’altra parte, pur lavorando da casa, le persone dovranno comunque mangiare, fare sport e forse questo decentramento repentino potrà offrire una seconda chance alle piccole attività più periferiche, ai negozi di quartiere, ai ristoranti che si stanno organizzando con la vendita di prodotti, l’asporto, le consegne per gli smart worker, perché se lavori da casa, e lavori sul serio, non ce l’hai mica il tempo di cucinare in pausa pranzo tutti i giorni. Forse questa seconda chance delle periferie non mi spiace neanche tanto.

Vogliamo parlare di digitale?

Molti italiani hanno fatto acquisti online per la prima volta e non solo la spesa o le cartucce della stampante. Tanti connazionali hanno sperimentato il delivery del cibo.

Una nuova fetta di popolazione è entrata a far parte dei grandi database di chi si occupa di e-commerce

Una nuova fetta di popolazione è entrata a far parte dei grandi database di chi si occupa di e-commerce, persone che finora erano sfuggite alle maglie della digitalizzazione hanno fatto videochiamate e seguito dirette su Zoom. Insegnanti delle elementari, delle scuole materne, delle scuole di danza si sono messi davanti a una webcam e hanno tagliato le distanze e bucato la quarantena, mentre genitori impegnati a lavorare da remoto affrontavano nuovi problemi esistenziali considerando che, alla fine, lo smart working non è poi proprio così smart come ci vogliono far credere: “Ci siete tutti? Manca Tommaso. Carla c’è ma non si sente. Forse è un problema delle cuffie. Scusate, il cane sta rosicchiando il cavo dell’alimentatore”.

Tutti noi abbiamo visto dove vivono i giornalisti collegati da casa durante le dirette televisive e i colleghi che incontravamo alla macchinetta del caffè e adesso in video conferenza. Forse la quarantena ha accorciato le distanze fra persone e lo ha fatto in una maniera del tutto imprevedibile. Io stesso, dopo le prime video call di lavoro non mi sono più posto il problema di mia figlia che ogni tanto entrava in scena rincorrendo il cane. E poi, se vogliamo parlare di digitalizzazione, forse in questi due mesi nel nostro Paese sono successe più cose che negli ultimi due anni.

E le startup?

In questo momento di cambiamenti veloci e di nuove necessità, nell’ecosistema delle startup è successo di tutto. Le realtà che operano nei settori più colpiti dall’emergenza hanno dovuto chiudere l’erogatore dell’ossigeno lasciando aperto giusto quel filino di aria necessaria a mantenerle in vita il più possibile. Ma, a parte proclami a destra e a manca, nulla è stato fatto per far sopravvivere le giovani aziende che rappresentano l’innovazione e potrebbero davvero cambiare le sorti del nostro Paese. Altre startup si sono ritrovate, invece, nelle condizioni perfette per qualunque founder che in genere cerca la soluzione appena individua un problema. Beh, in questi due mesi di problemi ce ne sono stati a volontà e altrettante sono state le soluzioni trovate al volo da team in gamba e ne conosco diversi. Sono convinto che se solo ci soffermassimo a indagare sugli effetti di quanto accaduto, troveremmo mille spunti per lavorare a nuove soluzioni.

Esistono solo due tipi di aziende:  quelle che cambiano e quelle che chiudono

Ognuno di noi in questo momento è una startup, ognuno di noi riapre sapendo che i giochi sono cambiati, il mercato è cambiato, i desideri e i timori delle persone sono cambiate. Perderanno questa battaglia solo quelli che pretenderanno di continuare a fare tutto come prima. D’altronde, Philip Kotler insegna che esistono solo due tipi di aziende:  quelle che cambiano e quelle che chiudono. Beh, noi cambiamo e ci evolviamo per natura…

 

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