AI e Lavoro: Musk rilancia il reddito universale per l’era dell’automazione

L’intelligenza artificiale potrebbe distruggere una parte consistente dell’occupazione globale. E secondo Elon Musk la risposta non sarà il mercato, ma un intervento massiccio dello Stato. Il fondatore di Tesla e SpaceX ha rilanciato il tema del reddito universale garantito, sostenendo che i governi dovranno distribuire assegni ai cittadini per compensare la perdita di lavoro causata dall’automazione.
Il tema “AI e Lavoro” è ormai entrato stabilmente nell’agenda delle Big Tech. Fino a pochi anni fa il dibattito riguardava soprattutto produttività e nuovi strumenti software. Oggi il tono è cambiato. I CEO delle principali aziende AI iniziano a discutere apertamente di disoccupazione tecnologica, redistribuzione economica e nuovi modelli di welfare.
Musk: “L’AI creerà abbondanza”
In un post pubblicato su X, Musk ha scritto che “un reddito universale alto finanziato dal governo federale è il modo migliore per affrontare la disoccupazione causata dall’AI”. Non un sostegno temporaneo, ma una misura strutturale pensata per un’economia in cui gran parte del lavoro umano diventerà superfluo.
Secondo Musk, l’automazione produrrà una quantità enorme di beni e servizi grazie alla combinazione tra AI e robotica. La produttività crescerebbe a tal punto da compensare l’aumento della massa monetaria, evitando perfino effetti inflazionistici. Una visione estrema, che ribalta molte delle posizioni storiche dell’imprenditore sul ruolo dello Stato nell’economia.
Negli ultimi anni Musk aveva criticato duramente la spesa pubblica americana e i programmi federali di welfare. Attraverso DOGE, il dipartimento governativo dedicato all’efficienza amministrativa, aveva anche sostenuto la necessità di ridurre di 2 trilioni di dollari il budget federale.
Ora però il discorso cambia. E cambia soprattutto la percezione del rapporto tra AI e lavoro.
I big dell’AI iniziano a parlare di welfare
Musk non è il solo. Negli ultimi mesi anche altri protagonisti della corsa all’intelligenza artificiale hanno iniziato a discutere apertamente di reddito universale e redistribuzione economica.
Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha parlato della necessità di nuove forme di supporto pubblico per gestire la transizione occupazionale. Secondo Amodei, l’attuale sistema economico potrebbe non essere più sostenibile in uno scenario dominato da agenti AI avanzati.
Sam Altman, CEO di OpenAI, aveva già sostenuto il concetto di Universal Basic Income negli anni precedenti. Più recentemente ha iniziato a parlare di “collective ownership” dell’AI, cioè di una partecipazione collettiva ai benefici economici generati dai modelli avanzati.
Anche OpenAI, in un documento strategico pubblicato ad aprile, ha paragonato la transizione verso la superintelligenza all’industrializzazione americana e al New Deal, sostenendo che serviranno nuove politiche industriali e interventi pubblici su larga scala.
Per una parte dell’opinione pubblica americana si tratta di un cambio di paradigma sorprendente. Le stesse aziende che per anni hanno difeso deregulation, riduzione fiscale e marginalizzazione dei sindacati ora iniziano a discutere apertamente di redistribuzione della ricchezza.
AI e lavoro: il nodo della tassazione
La domanda centrale resta però una: chi finanzierà un programma del genere?
Secondo Jesse Rothstein, economista della University of California Berkeley ed ex capo economista del Dipartimento del Lavoro americano, un reddito universale su larga scala richiederebbe una tassazione molto più elevata sui grandi patrimoni tecnologici.
Rothstein aveva già co-firmato uno studio nel 2019 che stimava il costo di un UBI da 12 mila dollari annui per ogni adulto americano. Il risultato era enorme: quasi il doppio della spesa complessiva per Social Security, Medicare e Medicaid.
Musk non ha fornito cifre precise sul concetto di “universal high income”. Ma molti analisti ritengono che una misura di questo tipo richiederebbe una revisione fiscale radicale, inclusa una tassazione aggressiva delle aziende AI e dei loro fondatori.
Ed è proprio qui che emergono le contraddizioni.
Lo stesso Musk, poche settimane fa, si lamentava pubblicamente del proprio carico fiscale, definendolo “più alto di chiunque altro nella storia”.
Robot umanoidi e fabbriche automatiche
Le parole di Musk non arrivano nel vuoto. Tesla sta investendo pesantemente nello sviluppo di robot umanoidi Optimus, considerati uno degli asset strategici del gruppo per il prossimo decennio.
L’obiettivo dichiarato è produrre miliardi di robot capaci di svolgere attività fisiche oggi affidate agli esseri umani. Se questa visione si concretizzasse, interi segmenti del lavoro manuale potrebbero essere automatizzati.
Anthropic, intanto, ha pubblicato analisi che identificano numerose categorie professionali vulnerabili all’automazione: management, attività amministrative, media, business operations e parte dei lavori creativi.
Il dibattito su AI e lavoro quindi non riguarda più soltanto operai e logistica. La pressione dell’automazione inizia a toccare professioni cognitive e ruoli white collar che fino a poco tempo fa sembravano relativamente protetti.
Tra scetticismo e formazione
Non tutti condividono però le previsioni più pessimistiche.
Una parte degli economisti sostiene che il mercato del lavoro si adatterà come già accaduto durante altre rivoluzioni industriali. Nuove professioni emergeranno, mentre altre verranno trasformate.
Il mondo conservatore americano accusa invece i leader tech di sottovalutare la capacità dell’economia di reinventarsi. Jay W. Richards della Heritage Foundation ha definito il reddito universale una misura insostenibile che aggraverebbe ulteriormente il deficit federale.
Anche molte aziende tecnologiche stanno puntando sulla riqualificazione professionale invece che sulla redistribuzione diretta. Meta, ad esempio, ha annunciato un programma pluriennale per formare tecnici specializzati nella realizzazione di infrastrutture digitali e data center.
Resta però un dato politico ed economico difficile da ignorare: il tema AI e lavoro è ormai uscito dai think tank accademici ed è arrivato al centro della Silicon Valley. E quando chi costruisce le tecnologie inizia a parlare apertamente di disoccupazione di massa, il mercato tende ad ascoltare.
Fonte: The Washington Post



