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Social network e minori. Per Meta, doppia batosta in tribunale

Per Meta non è stata una settimana come le altre. Nel giro di due giorni, l’azienda ha perso due cause che possono incidere molto più del valore economico delle sanzioni. In New Mexico, un tribunale l’ha ritenuta responsabile per aver messo a rischio la sicurezza dei minori. Il giorno dopo, a Los Angeles, una giuria ha stabilito che Meta ha progettato consapevolmente le proprie app in modo da renderle addictive per bambini e adolescenti, contribuendo al danno psicologico denunciato dalla ricorrente, una ventenne indicata negli atti come K.G.M. Inoltre, queste decisioni pongono sotto i riflettori il tema dei social network e minori.

Le due decisioni arrivano in un contesto già teso. Da anni Meta è nel mirino di autorità pubbliche, famiglie e associazioni per l’impatto delle sue piattaforme sui più giovani. Questa volta, però, il punto è diverso. Non si discute soltanto del contenuto che circola online. Sotto esame ci sono le scelte di prodotto: lo scroll infinito, le notifiche continue, le meccaniche pensate per riportare gli utenti dentro l’app più volte al giorno.

È essenziale considerare come i social network e minori interagiscono, poiché gli effetti sull’infanzia potrebbero essere devastanti.

È questo il passaggio che rende i due casi particolarmente pesanti. Perché prova a spostare il terreno della responsabilità dalle pubblicazioni degli utenti all’architettura stessa delle piattaforme. Ed è proprio qui che il dibattito su social network e minori assume una rilevanza nuova, sia sul piano giudiziario sia su quello industriale.

Il nodo non è il contenuto, ma il prodotto

Le piattaforme social hanno spesso difeso la propria posizione sostenendo di non poter essere considerate responsabili per ciò che gli utenti pubblicano. In questi processi, invece, la contestazione ha seguito un’altra strada. Gli avvocati hanno concentrato l’attenzione sulle feature che aumentano l’uso compulsivo, soprattutto tra i più giovani.

La strategia ricorda quella adottata anni fa contro l’industria del tabacco: non fermarsi alla superficie, ma contestare il modo in cui il prodotto è stato pensato, sviluppato e distribuito

Secondo Allison Fitzpatrick, avvocata specializzata in digital media e partner di Davis+Gilbert, la strategia ricorda quella adottata anni fa contro l’industria del tabacco: non fermarsi alla superficie, ma contestare il modo in cui il prodotto è stato pensato, sviluppato e distribuito. È un’impostazione che, almeno in questi due casi, ha convinto giudici e giurati.

Il punto legale è semplice da dire, molto meno da gestire per chi opera nel settore. Se la responsabilità viene agganciata al design e non ai contenuti, le difese tradizionali delle piattaforme diventano meno solide. Per Meta questo apre un problema che va oltre i singoli procedimenti: mette in discussione una parte del modello con cui i social hanno costruito crescita, retention e monetizzazione.

Le sanzioni pesano meno dei precedenti

Nel caso del New Mexico, dopo sei settimane di processo, la giuria ha concluso che Meta ha violato l’Unfair Practices Act dello Stato. La sanzione è quella massima prevista, 5.000 dollari per ogni violazione, per un totale di 375 milioni di dollari. A Los Angeles, invece, la giuria ha attribuito a Meta il 70% della responsabilità e a YouTube il 30% per il danno subito da K.G.M., fissando un risarcimento complessivo di 6 milioni di dollari. Snap e TikTok avevano già chiuso la loro posizione con un accordo prima del processo.

Per un gruppo come Meta, nessuna di queste cifre è di per sé destabilizzante. Il problema è il moltiplicatore. Migliaia di casi simili a quello di K.G.M. sono ancora pendenti

Per un gruppo come Meta, nessuna di queste cifre è di per sé destabilizzante. Il problema è il moltiplicatore. Migliaia di casi simili a quello di K.G.M. sono ancora pendenti. In parallelo, 40 attorney general statali hanno promosso azioni legali contro Meta con un’impostazione vicina a quella del New Mexico.

È qui che il quadro cambia. Una condanna isolata si assorbe. Una serie di verdetti sfavorevoli, replicati in più Stati e in più tribunali, diventa un rischio strutturale. Per questo il tema social network e minori non riguarda più soltanto la reputazione delle piattaforme, ma entra direttamente nella valutazione del rischio legale.

I documenti interni emersi in aula

Una parte centrale dei processi riguarda i documenti interni di Meta resi pubblici durante il contenzioso. Le carte mostrano, secondo l’accusa, una conoscenza interna dei possibili effetti negativi delle piattaforme sui minori e, allo stesso tempo, una forte attenzione ad aumentare il tempo trascorso dagli adolescenti sulle app.

Uno dei documenti più citati riporta i risultati di uno studio del 2019 basato su 24 interviste individuali con utenti segnalati come problematic users. Si tratta, secondo le stime interne richiamate nel report, di una categoria pari al 12,5% degli utenti. In quel testo si legge che le migliori ricerche esterne disponibili indicavano un impatto negativo di Facebook sul benessere delle persone.

Altri materiali interni fanno riferimento a dichiarazioni attribuite a Mark Zuckerberg e al responsabile di Instagram Adam Mosseri sul valore strategico del coinvolgimento degli adolescenti. In uno dei passaggi emersi, Zuckerberg avrebbe osservato che, per far crescere Facebook Live tra i teenager, sarebbe stato necessario evitare notifiche troppo efficaci verso genitori e insegnanti.

Sono elementi che in aula hanno avuto un peso evidente, perché danno corpo a una tesi precisa: Meta non ignorava soltanto il problema, ma continuava a ragionare in termini di engagement anche quando il target era particolarmente esposto.

L’ossessione per il tempo speso in app

Alcune email interne hanno colpito più di altre. In una, un dipendente scrive che uno degli obiettivi da ottimizzare è la possibilità di “dare un’occhiata al telefono nel mezzo della lezione di chimica”. In un’altra comunicazione del gennaio 2021, il vicepresidente prodotto Max Eulenstein riconosce che nessuno si alza la mattina con l’idea di massimizzare il numero di aperture giornaliere di Instagram, ma che è esattamente ciò a cui i team di prodotto stanno lavorando.

Letti uno accanto all’altro, questi passaggi raccontano bene la logica contestata nei processi. Il cuore della questione non è solo l’attenzione ai teenager come segmento di mercato. È il fatto che quel segmento venga trattato con metriche di performance tipiche della growth economy: sessioni, frequenza, ritorno, tempo speso.

Per i legali che seguono questi casi, è materiale che può fare scuola. Perché collega in modo diretto le scelte di design agli effetti denunciati dalle famiglie.

La risposta di Meta

Meta ha contestato entrambi i verdetti e ha annunciato ricorso. A TechCrunch, un portavoce ha dichiarato che ridurre la salute mentale dei teenager a una causa unica sarebbe fuorviante e rischierebbe di ignorare altri fattori che incidono sul benessere degli adolescenti. La società sostiene anche che molte delle carte emerse nei processi risalgono a quasi dieci anni fa e non descrivono l’approccio attuale.

Meta ha contestato entrambi i verdetti e ha annunciato ricorso

Nella difesa pubblica dell’azienda pesa anche il tema delle misure introdotte di recente. Meta richiama gli Instagram Teen Accounts lanciati nel 2024, con account privati di default, limiti a tag e mention da parte di non follower e reminder che invitano gli utenti più giovani a uscire dall’app dopo 60 minuti. Per gli under 16, alcune modifiche richiedono il consenso dei genitori.

La linea è chiara: il gruppo sostiene di aver corretto il tiro e di non avere più oggi il tempo speso dagli adolescenti come metrica guida.

Cosa può succedere adesso

Il punto, per Meta, non è soltanto perdere o vincere in appello. È evitare che questi casi fissino una traccia stabile per il contenzioso futuro. Se altri tribunali dovessero seguire la stessa impostazione, il settore potrebbe trovarsi davanti a una nuova stagione di product liability applicata alle piattaforme digitali.

Anche il fronte politico resta aperto. Negli Stati Uniti il Congresso continua a discutere proposte sulla sicurezza online dei minori, ma il dibattito è diviso. Da una parte c’è chi chiede regole più severe. Dall’altra c’è chi teme che alcune soluzioni, soprattutto quelle basate su age verification e controlli più aggressivi, finiscano per ampliare sorveglianza e censura senza risolvere davvero il problema.

Le due sentenze non chiudono la partita. Semmai la aprono. E mandano un segnale molto netto a tutta l’industria: quando il tema è la tutela dei minori, non basta più dire che la piattaforma è solo un contenitore. In tribunale, adesso, sotto esame ci finisce il prodotto. E il tema social network e minori è destinato a restare al centro del confronto tra tribunali, regolatori e Big Tech.

Business Development Manager at Dynamo, Author Manuale di Equity Crowdfunding, Angel Investor in CrossFund, Journalist, Crowdfunding Marketing Strategist, Startup-News.it founder, IED Lecturer.

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